Sarà il contenuto del blog a trasfondere senso, utilità, finalità.
Se avrà continuità, sarà perché viene a completare il mondo variegato della multiforme informazione, dei mezzi di comunicazione, che costellano reti informative di ogni genere.
Il titolo, trascrizione in lettere italiane del vocabolo greco, significa solitario, appartato, speciale, unico nel suo genere: una finalità ambiziosa, forse troppo, che vuole essere “biblico-teca”, con vari “stands”, secondo i rami tematici; una “cine-teca” – “video-teca”, per entrare nelle immagini in movimento; una “logo-teca”, cioè raccolta di “razionali” tematiche, che avvolgono l’esistenza, ne seguono le cadenze, il quotidiano e no, le costanti della storia.
Il progetto si avvera quasi per caso, voluto però da un gruppo in ricerca di motivazioni esistenziali, amici da molto tempo, trovatisi lo scorso anno per una lettura guidata di poesie; apertisi ad altri nel corso del 2007, con la centro l’ opera d’arte (Leonardo, Mantegna, Giotto, Ambrogio Lorenzetti), la politica, secondo l’etimologia greca, il cinema, come descrizione del movimento e sua chiave di lettura.
Ebbene, gli “aficionados” vogliono comunicare, con intento interattivo, il “pathos”, lo stupore, la bellezza diffusa e da diffondere, la sorpresa di ciò che gli antichi, i “SOFOI”, intuirono dal cosmo nelle sue “variegate espressioni”, con filo conduttore ciò che Dostoevskij nell’ “Idiota” esprime: “La bellezza salverà il mondo”. Non la bellezza che brilla nel vuoto e subito scompare nelle mille cose e occasioni di consumo cieco. Ma la bellezza, che è quella di Dio (non per niente Leonardo imitava la natura, per essere nella sua arte imitatore di Dio) e che da Lui discende, che è presente ovunque attorno a noi, perché ovunque c’è un’altissima scintilla.
Uno sguardo emotivo, non utilitario, profondamente coinvolgente, perfino estatico e mistiico, per poter comunicare al cuore dei “tiepidi” e dei “lontani” l’arte, esternatrice di bellezza., evitando così la caduta negli stereotipi, nella stanchezza, nell’assenza di senso
Ci conosciamo! Per i “televedenti” un augurio per una “visione fantasmagorica nella città degli EREMI a UTOPIA”
don Carlo
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Alcuni “aficionados” del blog “EREMOS” chiedevano chiarimenti, delucidazioni, riguardanti le icone ivi rappresentate
Non posso esimermi da tali richieste pressanti, anche perché le immagini esprimono il significato del titolo.
Innanzitutto il tipo di lavoro: sono intarsi
Come il mosaico è formato da molti quadrettini multicolori, così l’intarsio: è un insieme di qualità di legni, che determinano la policromia. E’ una tecnica di ebanisteria che ha la sua più alta espressione con i famosi “maggiolini”, costosi, rari, ma preziosi: quindi rappresentazioni in legno.
Il lavoro è molto artigianale – manuale, che definisco “tecnico-artistico”.
Esso richiede un’intuizione iniziale, come nei fumetti: un punto interrogativo o una lampadina sopra la testa. Dall’aire iniziale, il disegno su un lucido, a misura definita, con tutte le linee, le forme, i possibili colori-qualità del legno. Con carta carbone ricalco ogni tarsia, lo incido con uno scalpello ben affilato; tengo unito, con scotch, pezzo dopo pezzo, fino a formare l’insieme. Siccome lo spessore dell’intarsio è sottilissimo (lastrone-impiallacciatura) ha bisogno di un supporto a spessore variabile (8-10 mm). La colla vinilica viene spalmata e poi sotto la pressa a tre atmosfere. Una volta raggiunta l’essicazione, (4-5 ore) con la pulitura a carta vetrata sottile, si ripristina l’originale del legno. Ultima funzione: lucidatura, soprattutto a cera o con altra vernice elastica, per non creare in futuro la screpolatura della vernice.
Sembra un gioco da ragazzi. Invece no! Ogni fase ha necessità di precisione e attenzione, o meglio tre P : pazienza – precisione – passione
Gli intarsi raffigurati nel blog vogliono esplicitare il titolo EREMOS: immagini di solitari, soprattutto il logo in primo piano: Esso rappresenta l’uomo raccolto e racchiuso da un cerchio, con alcune tarsie che significano i segni zodiacali. E’ l’umanità schiacciata, incapace di uscire dalla sua solitudine, con un basto pesante sulle spalle, il fardello dell’esistenza.
Ho preso lo spunto dall’arte Maya-Atzeca del Messico. Può essere l’icona del vivere quotidiano, del bisogno di compagnia, di comunicazione, di intercomunicabilità. E’ il “canto notturno del Pastore errante dell’Asia” di Leopardi: l’eterno errare della persona, che considera “funesto” “il dì natale”.
Gli intarsi che si susseguono esprimono negatività:
l’auto sudata con le “gomme a terra”;
l’alcolista ermeticamente tappato nel suo vizio, solo e rampicante inutilmente verso l’uscita impossibile
il pescatore che oramai estrae dall’acqua solo la lisca del pesce (inquinamento);
la coppia che con gesti annoiati “gioca” con il futuro del figlio, imprigionato nella sua goffa figura;
Pinocchio, icona dei molti che sognano il paese di Bengodi (le monete tra le mani), per raggiungere il quale la bugia diventa il sistema (quanti fratelli e sorelle di Pinocchio nei vari ambienti?)
Altre figure possono essere interpretate sotto questa chiave di lettura, ma in positivo; esempio la S.Cecilia, che esprime l’arte liberante verso spazi infiniti: non è seduta su una panca, ma sulle nubi; la musica innalza sopra le angosce del tempo, riconcilia con l’universo.
Ogni intarsio è da porre nella sua data che rappresenta per me particolari intuizioni, ma anche realtà esistenziali particolari.