“EI FU” (5 maggio 1821) - “ERA IL MAGGIO ODOROSO”
“EI FU” (5 maggio 1821) - “ERA IL MAGGIO ODOROSO”  Massimo Gramellini, alcuni giorni or sono, scrisse: “L’ignoranza è la dannazione dell’Italia dal giorno della sua nascita”: dal 1861 d.C, o più precisamente da quando esiste lo STIVALE? Nescio la risposta. Forse l’autore parla di ignoranza atavica (allora è uno “status”), o incapacità etnica (i geni sono forse un’eccezione?), oppure una indolenza o accidia connaturata con la conformazione geografica, o un appiattimento (creduloneria) sul “leader” di turno, che detta le notizie, le commenta e le dona per vere, oppure ha ragione Lombroso, secondo il quale la conformazione somatica del cranio caratterizza l’intelligenza o non del popolo italico.  Nel frastuono continuo in cui siamo sommersi, i “boatos” quotidiani appiattiscono sui problemi immediati, non aiutano a sollevare la testa dalla nebbia dell’immediato. Questa vita, senza qualità, lentamente, quasi come nelle sabbie mobili, affonda nell’angoscia del presente, senza futuro, perciò senza speranza. La sensazione che il futuro non dipenda da noi e quindi non possiamo determinarlo, né progettarlo, l’inconfessata certezza che siamo condannati al nostro futuro, la radicata anonimia che si adatta alla “banalità” del male, estirpano e atrofizzano la speranza, spengono la libertà creativa, minano il residuale di fiducia, insinuano l’individualismo più esacerbato, la rassegnazione sociale, l’eutanasia delle Utopie, il precoce sfiorire dei sorrisi appena accennati sui volti. Il tutto può essere condensato in un detto falso e caustico: “non ci sono più soldi”. Ergo la si smetta di far emergere continuamente coerenza o proposte. Non si può, va tutto bene! Non disturbate il manovratore.  A fronte di tutto ciò non mi adeguo, anzi mi indigno “con occhi di bragia”, cerco nel passato storico un supporto per vincere l’atavica, italica ignoranza. Ecco i grandi scenari storici di lungo periodo in Europa e in Occidente (da ricordare) riguardo al tema dei diritti inalienabili. Il XVIII° secolo: l’acquisizione dei diritti civili, il XIX°: dei diritti politici, il XX°: dei diritti sociali. a) Con il 18° secolo, cioè con la Rivoluzione americana e quella francese (e le relative costituzioni), si è affermata l’uguaglianza civile-giuridica, che ha posto fine ai privilegi dell’antico regime: non più una società di ordini (privilegi di stato: forse oggi si ha nostalgia, almeno in Italia, dell’ “Ancien Régime”), ma una società in cui tutti sono uguali davanti alla legge. Questa uguaglianza giuridica è alla base dei diritti civili: libertà, uguaglianza, sicurezza, proprietà; dunque le libertà dei cittadini: di opinione, di stampa, di associazione, di culto. Tali libertà devono essere riconosciute e garantite da una legge fondamentale (Costituzione): senza costituzione non c’è regime liberale. A tali movimenti si oppongono quelli controrivoluzionari, che negano, utilizzando anche il cattolicesimo come ideologia controrivoluzionaria di massa: è l’accordo tra “Trono e Altare” della Restaurazione. N.B. – Tale liberalismo non può essere svolto da tutti, ma solo da una classe dirigente d’élite: il voto può essere esercitato solo da chi appartiene a un ceto sociale medio-alto, o un elevato titolo di studio (voto di pochissimi: 2% ?) b) Nel 19° secolo si sviluppano correnti politiche democratiche, che, non paghe dell’uguaglianza giuridica, chiedono quella politica: il voto non è una funzione, ma un diritto di ogni cittadino. E’ il suffragio universale. Tuttavia il contrasto tra liberali e democratici è molto aspro. Si pensi a Cavour da una parte e a Mazzini dall’altra. I processi storici principali si dirigono in due sensi: una affermazione congiunta di diritti civili e politici, di uguaglianza giuridica e politica, di liberalismo e democrazia; un’affermazione di democrazia orientata verso il popolo (Giolitti), una diffidente verso il liberalismo. c) Il 20° secolo vede progressivamente affermati i diritti sociali: non solo uguaglianza giuridica e politica, ma tendenziale uguaglianza sociale, o almeno riduzione delle grandi disuguaglianze sociali. Alfieri di questi diritti sono stati i movimenti sociali del ‘900 (movimento socialista, cattolico, laico di democrazia sociale). Non è mancato chi ha avversato tali processi per un conservatorismo sociale. Le linee prevalenti sono state altre, sviluppate in due direzioni: →Un tentativo di aprire ai diritti sociali e all’uguaglianza sociale, ma senza libertà e senza democrazia (totalitarismi comunista, fascista, nazista che “proponevano” forme “sociali”). →Un allargamento delle posizioni liberal-democratiche alla uguaglianza sociale, così da avere forme di democrazia sociale o socialdemocrazia, conservando diritti e libertà civili e portando allo sviluppo dello Stato sociale (Welfare State”). La Costituzione italiana del 1948 è nel senso della seconda posizione: l’istanza sociale, come ideale di democrazia politica, economica, sociale e umana. E’ l’art. 3 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Nell’ultimo decennio del ‘900, si è notevolmente affievolita in tutto l’occidente l’attenzione ai diritti sociali e alla uguaglianza sociale (“non ci sono i soldi”). Si sono rimessi in discussione i presupposti dello Stato sociale. Si è diffuso un liberalismo esplicitamente antisociale e antidemocratico (almeno implicitamente): la classe politica è formata solo da chi ha un ceto medio-alto. Questa ondata di neoliberismo estremistico sembrerebbe notevolmente calata, o in crisi, anche se non manca chi pensa che si possa instaurare in altri Paesi la democrazia dall’esterno, “senza liberalismo”, senza uguaglianza politica e suffragio universale, senza uguaglianza giuridica e libertà civili. Nonostante tutto, la stampa neo liberista, i diritti sociali si affermeranno definitivamente, come già i diritti civili e i diritti politici, semplicemente perché sono giusti. La storia ha questa traiettoria e nessun untorello di turno potrà strappare, o meglio stoppare, lo sviluppo umano.  Ciò è necessario, ma non sufficiente, per la coscienza morale, etico-civile degli uomini e delle donne del 21° secolo: c’è assoluto bisogno dei diritti personalistici. Dopo l’uguaglianza giuridica, politica, sociale, è necessaria l’uguaglianza in dignità della persona umana: di tutta la persona, di tutte le persone, di tutte le donne e di tutti gli uomini. C’è bisogno di un “umanesimo planetario” per far trionfare il rispetto dei diritti e dei bisogni di tutti, specie dei poveri, degli umiliati, degli indifesi. La nostra generazione deve mantenere i diritti acquisiti e propugnare i diritti personalistici con tenacia e continuità: è la sfida che le nuove generazioni si attendono. Questo nuovo umanesimo comprende anche un’eco-etica: ecologia della biosfera, ecologia della vita umana, ecologia della società universale. Nascono le vive questioni della bioetica, della famiglia, nelle sue varie accezioni, la sessualità e il suo uso, il testamento biologico, ma anche questioni delle nuove energie rinnovabili, dello spreco, dei rifiuti, delle scorie radioattive, dell’energia nucleare pacifica, della convivenza pacifica delle diversità, della salvaguardia dell’habitat, che è la “cosa di tutti”, soprattutto delle generazioni che verranno. Ci sarà futuro? L’origine è davanti a noi, diversamente si è alla “canna del gas”.  Concludo con le parole di un grande vescovo di Molfetta, Tonino Bello (1935-1993). Le resistenze odierne vengono così chiamate: il “complesso dell’ostrica”, il “complesso dell’una tantum”, il “complesso della serialità”. “””Siamo troppo attaccati al nostro scoglio. Alle nostre sicurezze. Alle lusinghe del passato. Ci piace la tana. Ci terrorizza l’idea di rompere gli ormeggi, di spiegare le vele, di avventurarci in mare aperto. Se non la palude, ci piace lo stagno. Di qui, la predilezione per la ripetitività, l’atrofia per l’avventura, il calo della fantasia”””. E’ il complesso dell’ostrica. “””E’ difficile per noi rimanere sulla corda, camminare sui cornicioni. Preferiamo correre soltanto per un tratto di strada. Ma poi, appena trovata una piazzola libera, ci stabilizziamo nel ristagno delle nostre abitudini, dei nostri comodi … Affrontare il rischio di una itineranza faticosa e imprevedibile ci rattrista”””. E’ il complesso dell’una tantum. “””Benchè si dica il contrario, noi oggi amiamo le cose costruite in serie. Gli uomini sono fatti in serie. I gesti promossi in serie. Viviamo la tragedia dello standard, l’esasperazione dello schema, l’asfissia dell’etichetta. C’è un livellamento che fa paura. L’originalità insospettisce. L’estro provoca scetticismo. I colpi di genio intimoriscono. Chi non è inquadrato, viene visto con difficoltà (magari solo dopo morte viene esaltato – n.d.r.). Chi non omogeneizza con il sistema, non merita credibilità. Di qui, la crisi della protesta dei giovani e l’estinguersi della ribellione””” E’ il complesso della serialità. P.S. – Spero che tutti abbiano la “consapevolezza dei cuori morti” (Luciano Ligabue). Forse si potrà allora guardare ai neonati (futuro) come possibilità di nuovi inizi e credere che “urla di neo madri accompagnano / la nascita delle rivoluzioni (quale rivoluzione) è una delle parole più evitate / nel duemilasei (Luciano Ligabue in “Parti danneggiate dentro”). don Carlo
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Postato da claudio il 11/05/2010 alle 07:32
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Michelangelo - Il Trecento
Inizia lunedì 19 gennaio il ciclo di serate dedicate a Michelangelo. Don Carlo Venturin ci guiderà alla scoperta della architettura, della scultura e della pittura. Il corso si terrà a Castelletto di Cuggiono presso l'Aula Magna della Scala di Giacobbe con inizio alle ore 21.00 di ogni terzo lunedì del mese di Gennaio, Febbraio e Marzo. Al termine del corso e in data ancora da definire si prevede una uscita culturale a Firenze.
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Postato da claudio il 13/01/2009 alle 08:04
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La Divina Commedia - lezione di don Carlo 15 dicembre 2008
La Scala di Giacobbe 15 dicembre 2008 INFERNO Canto 26° ULISSE (Malebolge) – cerchio 8°, Bolgia 7 1. Nella bolgia dei ladri con cinque fiorentini (canto 25): da qui l’invettiva contro Firenze (poi con Pistoia – Genova – Pisa). L’invettiva è contro la sua città: lo sdegno dell’inizio si risolve nella previsione del male che colpirà Firenze per le sue colpe. Quale peccato esattamente?: “consilieri di frodi, orditori di frodi, condottieri e politici”: avrebbero prevalso non con le armi e il valore, ma per l’acutezza spregiudicata dell’ingegno: peccatori in gran numero (lucciole, vasta campagna aperta). 1° N.B. – C’è il contrappasso: i dannati sono coperti di fiamme in relazione alle “coperte vie” frequentate in vita: quando parlano le fiamme si muovono come lingue (lingua tramutata in fiamma “lingua ignis est”, Giacomo 3,5-6). Peccarono soprattutto con la lingua, procurarono il male con l’astuzia. Ulisse è famoso per i suoi consigli. 2° N.B. – Due similitudini: l’una suggerisce la moltitudine: l’aperta campagna; l’altra i cavalli e il carro di Elia: “al cielo levarsi”. 2. Il grande protagonista: ULISSE Dante non conosceva Omero se non per qualche racconto, sulla sua fama; soprattutto due dati: l’astuzia e l’inesauribile sete di conoscenza. Questa ultima è basilare per Dante (Cicerone, Orazio, Seneca: additavano Ulisse come “exemplar”: un eroe che, dopo la caduta di Troia, andò vagando avido di conoscere “mores hominum multorum et urbes” [Orazio]: “divenir del mondo esperto e de li visi umani e del valore”. Dante dà una soluzione originale sulla morte di Ulisse, senza appigli alla tradizione. Ecco la “curiosità” di Dante; in cinque versi (65-69) ripete la preghiera quattro volte: “… ten priego e ripiego … ‘l prego … mi piego”. Altri elementi: 1291: i fratelli Vivaldi partirono dallo Stretto di Gibilterra; non si seppe più nulla, così di Alessandro Magno. Cicerone: “non erat honestum consilium Itacae vivere otiose cum parentibus, cum uxore, cum filio”. Dante si specchia in Ulisse. Aveva rinunciato a tornare in patria, pur sapendo che anche i suoi figli sarebbero stati esiliati con lui. Boccaccio, nella biografia di Dante, così afferma: “non poterono gli amorosi desiri, né le dolenti lagrime, né la sollecitudine casalinga, né la lusinghevole gloria, né i pubblici uffici, né il miserabile esilio, né la intollerabile povertà rimuovere Dante dal principale intento, cioè dei suoi studi”. Altre due considerazioni: l’ardimento di Ulisse non riguarda solo l’Oceano sconosciuto, ma anche l’esplorazione del Mediterraneo occidentale (determinatezza geografica). La luce dell’episodio non si proietta solo in Ulisse (“campagna picciola”); nella fase culminante del viaggio il Poeta fa parlare Ulisse al plurale: “infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso”; l’ansia di conoscere è di tutti gli uomini degni. Non per gloria futura, ma per dover di uomini: non negatevi l’esperienza, anche del mondo disabitato. (Kennedy: “noi andiamo nello spazio non perché è facile, ma perché è difficile”. 3. Aristotele (maestro di Dante): “tutti gli uomini naturalmente desiderano di sapere”; la nostra felicità è la scienza. Solo il desiderio di conoscere distingue l’umanità dai “bruti”, per i quali il problema della conoscenza non esiste. Per Dante vi è il desiderio di elevarsi, ma anche di sapersi arrestare a un certo punto; per tutti ci sono “riguardi / acciò che l’uom più oltre non si metta”: rispettare i limiti. Il viaggio viene definito “folle volo” qui (125) e in Paradiso (27°, 82-83): non andare oltre il lecito (“non plus ultra”) non tenendo conto di limiti o divieti: follia per Dante è il peccato di Adamo (Par 26°, 115-117), che andò contro i limiti postigli da Dio. La necessità di attenersi alla rivelazione è il leit-motiv della “Commedia”: su essa si basa l’invenzione di Beatrice e S.Bernardo in Paradiso (prima Virgilio). Un altro viaggio folle: ultraterreno di lui stesso; folle sarebbe stato quel viaggio, se Dante l’avesse tentato fidando nelle sue sole forze. La presenza di Dio è chiaramente richiamata nel momento supremo: “com’altrui piacque”: l’ardore di quegli uomini è reso vano da una invisibile e invincibile potenza (nell’Inferno non si nomina mai Dio, ma solo con perifrasi). Quanto più l’uomo è alto, tanto più è grave per lui il pericolo di prevaricare, tanto più deve stare all’erta. Questo è il significato dell’episodio. Al verso 19 Dante dice che nel ricordare, ora che scrive, quel che vide allora raddoppia la sua vigilanza su se stesso, frena il suo ingegno, perché non corra troppo, come la nave di Ulisse, ma sia continuamente guidato da virtù. E’ un ammonimento a se stesso, perché in esilio egli era diventato consigliere di principi, quindi si ammonisce a non consigliare fraudolentemente: è un monito all’umiltà, è il significato certo dell’episodio. Canto 33° UGOLINO cerchio 9°, diviso in quattro zone concentriche con il fiume Cocito Zona 2^ Antenora : traditori della patria e del partito Le altre tre zone: 1^ Zona - Caina, 3^ Zona - Tolomea 4^ Zona - Giudecca Traditori dei Traditori degli Traditori Parenti ospiti della Chiesa dell’Impero 1. La storia Ugolino della Gherardesca nella giovinezza di Dante era uno dei personaggi più in vista della politica toscana; la sua non fu lineare. Ghibellino per famiglia, egli era naturale alleato di suo genero Giovanni Visconti (messo in Purgatorio) per i possessi di ambedue in Sardegna, contro il Comune di Pisa. Il partito ghibellino, capeggiato dall’Arc. Ruggirei degli Uboldini, mordeva il freno. Nel 1288, mentre Ugolino era lontano, riuscì a scacciare Nino (Visconti). Ugolino rientrò in città, sicuro di riprendersi il potere, ma l’Arc. lo fece imprigionare con i figli Gaddo e Uguccione e i nipoti Brigata e Anselmuccio. Tenuti in carcere per circa 9 mesi, furono lasciati morire di fame (marzo 1289). N.B. – Secondo una tradizione, che Dante segue, l’Arc. avrebbe tradito il conte, attraendolo in Pisa con prospettive di accordi, invece … Dante condanna tutto questo groviglio di mutui odi e tradimenti, ficcando nella stessa buca i due (contrappasso). All’Arc. Dante imputa, oltre i continui cambiamenti di campo, per i quali è punito nel ghiaccio con tutti i traditori della patria, lo specifico tradimento consumato contro Ugolino (16-18): il “traditor dal traditor tradito” (Giovanni Villani); una pena supplementare: il nemico mangia il teschio suo. Più che le singole responsabilità, al Poeta preme mettere in luce il male generale; l’episodio è la reazione morale di Dante maturo a un avvenimento che aveva suscitato l’orrore di lui giovane di 24 anni. La morte del conte fu un fatto clamoroso (cronaca del tempo). 2. Vari tempi di prigionia (sembra una scansione sinfonica) e della morte Il preludio è dato dal sogno nella torre della fame, immediata premonizione della realtà che si manifesterà subito al risveglio, nel sogno-realtà di ieri e di domani. Le cagne rappresentano il popolo aizzato contro di lui, ma anche la fame imminente. E’ il primo annuncio della tragedia; Ugolino rimprovera Dante: “Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli” (Dante sembra più curioso che commosso). Il conte si sveglia prima dell’alba e sente piangere i figli nel sonno, nell’oscurità della cella sente, non vede il pianto. La “Muda” col suo “breve pertugio” è la sola relazione con l’esterno; l’oscurità è il dato essenziale di tutto il canto, sino al buio negli occhi di Ugolino cieco, brancolante. Fino a quel momento il cibo veniva portato. I figli se nel sogno domandano pane, non è per la fame, ma perché sognano di soffrirla; desti sono presi dalla terribile prospettiva. Ecco la conferma: per raffinata crudeltà, all’ora in cui portavano il cibo, i carcerieri inchiodano la porte. Il conte diviene di pietra (“s’impetra”); non può né piangere né parlare; solo guarda “nel viso” a uno a uno i suoi. E’ lo strazio del padre. Lo sguardo del padre è la conferma del sospetto (sognato). Il primo grido è del più giovane “tu guardi sì, padre, che hai?”. Comincia il grande silenzio, che con il buio è il protagonista della tragedia (non “Commedia”): un giorno, una notte, sempre silenzio “Perciò non lagrimai né rispuos’io, tutto quel giorno, né la notte appresso, infin che l’altro sol nel mondo uscio” (la folgorante luce nel mondo esterno, qui … “un poco di raggio”). Il padre vede per quattro visi il suo aspetto stesso. La seconda giornata Ugolino si morde ambo le mani per disperazione, forse per rimorso. I figli rompono il silenzio e offrono le loro misere carni al padre che credono pianga per fame: l’amore giovanile, pronto a sacrificarsi per il padre. Una sospensione dantesca: “Ahi dura terra, perché non t’apristi?”. Ugolino ridiventa pietra, silenzio, seconda giornata e terza: “lo dì e l’altro stemmo muti”. Nel quarto giorno un grido: “Padre mio, chè non m’aiuti?” (Gaddo muore). Tra il quinto e il sesto muoiono gli altri tre “e come tu mi vedi / vid’io cascar li tre ad uno ad uno”. Ugolino è l’unico superstite, perché la tragedia in lui si consumasse fino all’ultimo(deve assistere la morte dei quattro): tragedia dell’amore impotente (silenzio e buio). Non una parola. Dopo due giorni chiama i suoi a uno a uno, brancola su ciascuno di essi. “Poscia più che il dolor, potè il digiuno”. Non potè essere ucciso dal dolore, doveva morire per fame. Il condannato scompare; nel silenzio di Dante ricompare il dannato col suo odio: si sente solo il picchiare dei denti sul cranio; si dilegua il dannato di nuovo; campeggia solo Dante scrittore, che lancia contro Pisa una terribile invettiva: la natura stessa si vendichi! 3. Tragedia della paternità (De Sanctis) Ugolino vuole rivelare a Dante perché lo riveli al mondo, quanto sia stata cruda, non già la sua morte, ma quella lenta , venuta dopo aver visto morire i figli, senza poterli aiutare. Il Poeta ha orrore del suo odio, anche se è persuaso che il conte e in lui l’umanità, ha subìto un’offesa atroce. Ecco il discorso poetico: il volto che prima era solo un’enorme bocca spalancata a mangiare (non solo a mordere) una testa inerte e forbita con la stessa testa, come fosse un cencio, diventa un volto d’uomo che piange: “parlar e lagrimar vedrai insieme”. N.B. – Scopo del Poeta non riguardava la tragedia di un padre, ma rappresentare gli odi civili: dirà Dante: se il tuo odio ha giusta ragione, io svelerò in terra il delitto di Ruggirei. Il Poeta si propone di denunciare l’Arc. o meglio Pisa, cioè i modi di lotta politica ripugnanti all’umanità e non di assolvere o condannare i due come persone (Ugolino presentato come un lupo famelico). Gli innocenti soggiacciono alla crudeltà non solo di Ruggeri, ma d’un intero ambiente politico-morale. Da qui il rimorso del padre, perché parte di quello. L’orrore di Dante è verso la crudeltà della lotta politica a lui contemporanea. A lui non era estraneo l’odio che non rifiuta e non condanna. Rifiuta invece una lotta così esasperata da far dimenticare all’uomo la sua umanità, da trasformarlo in bestia. Dante in particolare condanna il coinvolgere figli e dipendenti nella sorte dei padri. Egli stesso (Dante) fu vittima di ciò: i figli lo avevano dovuto seguire nell’esilio. Il non aver accettato compromessi disonorevoli era stato un imperativo morale. Da qui l’importanza dell’invettiva contro Pisa (come quella contro Firenze al Canto 26, però Dante condanna anche gli innocenti di Pisa) (“vituperio de le genti”): Dante condanna le costumanze feroci delle lotte intestine e l’ingiustizia di condannare innocenti. Pisa: nuova Tebe? I Pisani avrebbero dovuto condannare il conte e non i figli: “innocenti facea l’età novella”): l’adolescenza è il volto dell’innocenza. N.B. – L’episodio è pieno di reminiscenze letterarie: Stazio, Virgilio, Orazio, Ovidio. L’alta letteratura serve a Dante per innalzare e universalizzare una materia “bassa” (fatto di cronaca pur orribile), perché affondata nell’esperienza politica e umana di lui, cioè nel particolare e nel transeunte: La poesia è eternatrice di bellezza.
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Postato da claudio il 18/12/2008 alle 07:48
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La Divina Commedia - lezione di don Carlo 17 novembre 2008
PREFAZIONE a) San Bernardo: Sermone 36° sul Cantico dei Cantici  Ci sono di quelli che vogliono sapere soltanto per sapere: ed è turpe curiosità  Ci sono poi di quelli che vogliono sapere per farsi essi stessi conoscere: ed è turpe vanità  E ci sono anche quelli che vogliono sapere per vendere la loro scienza, in cambio, per esempio, di denaro o di onori: e questo è un turpe mercimonio  ma ci sono pure di quelli che vogliono sapere per edificare: ed è carità  E ancora di quelli che vogliono sapere per essere edificati: ed è prudenza b) Parabola di Lessing: “Se Dio mi chiamasse al suo trono e dicesse: “Ecco in questa mano ho tutta la verità e in quest’altra ho tutto il tormento della ricerca; scegli quella che vuoi”. “Grandissimo Iddio”, risponderei, “la verità tenetela per voi; a me basta il tormento della ricerca, che, quando è insonne e spregiudicata, è ricerca di Voi e di Voi solo”. c) Mario Cuminetti: “Non aver paura di perdersi: è l’unico modo per allargare e insieme approfondire le proprie radici, far crescere nuovi rami, ridare consistenza e spessore a una identità che cresce, solo incontrando alto e altri. Ciò avviene sovente in modo drammatico, conflittuale, perdendo di vista a volte l’originaria unità, che dava equilibrio e permetteva di situarsi. Ma essa ritorna, perché nulla va perduto”. DANTE ALIGHIERI (1265 – 1321) “Onorate l’altissimo Poeta” (Inferno 4,80) INTRODUZIONE “e fa la lingua mia tanto possente, ch’una favilla sol de la tua gloria possa lasciare a la futura gente” (Par. 33, 70-72) “Così la mente mia, tutta sospesa, mirava fissa, immobile e attenta, e sempre di mirar faceasi accesa” (Par. 97-99) “A l’alta fantasia qui mancò possa, ma già volgeva il mio disio e ‘il velle, sì come rota ch’igualmente è mossa, l’amor che move il sole e l’altre stelle (Par.142-145) 1. Breve biografia e sue opere Apparteneva a una famiglia della piccola nobiltà guelfa fiorentina, di scarse risorse economiche. Grazie ad amici, frequentò la vita elegante e cortese, con buoni studi, sotto la guida di Brunetto Latini; fu sodale con Guido Cavalcanti, Lapo Gianni e Cino da Pistoia. Nel 1295 si sposa con Gemma Donati, da cui ebbe tre o quattro figli. Al 1274 risale il primo incontro con Beatrice (Bice di Folco Portinari), sposa di Simone de’ Bardi, morta nel 1290. La “Vita Nova” è il canto dello “Stil Novo” verso la donna idealizzata: “Tanto gentile …..” Si dedicò agli studi, con un culto appassionato della verità e della giustizia, che si tradusse in una decisa coscienza politica, grazie alla quale partecipa attivamente al Comune di Firenze, iscrivendosi alla corporazione dei medici e degli speziali. Firenze è in preda a feroci lotte politiche fra due fazioni guelfe: i Bianchi che perseguivano una politica di autonomia (famiglia dei Cerchi), i Neri legati a interessi mercantili (conflitto di interessi), al papato, guidati dalla famiglia dei Donati. Le manovre di Bonifacio VIII spinsero Dante a schierarsi con i Bianchi. Dante (fu priore nel 1300) fu inviato come ambasciatore presso il Papa. Da allora non avrebbe più rivisto la sua città: mentre si trovava a Roma, Corso Donati e i Neri si impadronivano di Firenze con feroce repressione degli avversari. Accusato di baratteria, concussione e opposizione al Papa, fu invitato a discolparsi: rifiutò. Il 10 marzo del 1302 gli furono confiscati i beni; multa e interdizione perpetua dai pubblici uffici, commutate in condanna al rogo (1302). Esilia in varie parti d’Italia, esilio esteso anche ai figli. Fu ospite a Verona (Bartolomeo della Scala, 1303); a Treviso (1305-6); Lunigiana (1306) alla corte dei Malaspina. Ancora a Verona, poi dopo il gennaio del 1320 a Ravenna, ospite di Guido da Polenta. In seguito a una breve malattia, di ritorno da Venezia, ove si era recato in qualità di ambasciatore per conto del protettore spagnolo, morì quasi improvvisamente. Fu sepolto in un’arca di pietra, che si trova a lato della Chiesa di San Francesco a Ravenna. N.B. – a) tre belve → tre donne b) “vien dietro a me, e lascia dir le genti” (Purgatorio 5,10) c) Paolo VI, a seicento anni dalla morte del Poeta, fece porre una croce d’oro sulla lastra marmorea e una corona d’oro con il monogramma di Cristo nel Battistero di San Giovanni a Firenze, dove Dante ricevette il Battesimo (“il mio bel S.Giovanni” – Inf. 19,17) 2. La Commedia “Poema sacro al quale ha posto mano e cielo e terra” (Par 25,1-9): una storia di un’anima in pena, in piena crisi esistenziale, “ramingo e fuggiasco”. Un uomo dalla ricca cultura (enciclopedica), che si sente fragile, disorientato, smarrito (selva oscura = Italia: “Ahi serva Italia di dolore ostello … (Pur 6), Firenze, Roma, città italiane, Papato, impero, istituzioni, costumi, guerra fratricida). Egli attinge alla cultura classica (Cicerone – Lucano – Orazio – Omero – Virgilio) per districarsi da li tentacoli sovrumani della mala bestia (tre belve) L’Inferno fu iniziato attorno al 1307, diffuso da Dante 1313-14; il Purgatorio prima del 1316; il Paradiso tra il 1316-1321. Il titolo viene rivelato da Dante stesso nella lettera a Cangrande della Scala (1316): “Comedia Dantis Alighieri, florentini natione, non moribus”. Divina fu aggiunta indebitamente nel 1555 da Ludovico Dolce, influenzato da un falso della biografia dantesca di Boccaccio. N.B. – 15.000 versi endecasillabi; tre cantiche; cento canti; numeri simbolici e , con multipli, ogni cantica termina con stelle (come a dire che dalla selva oscura si può emergere e vincere con l’aiuto della ragione (Virgilio) e la Fede (Beatrice): Inferno: “e quindi uscimmo a riveder le stelle” Purgatorio: “Puro e disposto a salir a le stelle” Paradiso: “L’amor che move il sole e l’altre stelle” Il viaggio inizia il 7 aprile (altri il 25 marzo), Venerdì Santo, e dura sette giorni. 3. Struttura numerica L’ordinamento dei tre regni (soltanto il primo e il terzo eterni), all’interno divisi secondo le colpe, le inclinazioni peccaminose, le attitudini virtuose, si regge su costanti simmetricamente allegoriche, che consentono la distribuzione delle anime in categorie autonome, rispondenti alle loro esperienze terrene e alle leggi morali. Costante è la tripartizione: nella prima cantica incontinenti, violenti, fraudolenti; nella seconda coloro che diressero il loro amore al male, amarono poco il bene, amarono troppo i beni terreni; nella terza gli spiriti “saeculares”, gli “activi”, i “contemplativi”. L’Inferno è così costituito da nove cerchi (con il vestibolo si giunge al ); il Purgatorio si compone di nove parti (la spiaggia dove approdano le anime, l’antipurgatorio e le sette cornici), completate dal Paradiso terrestre ; il Paradiso comprende i nove cieli tolemaici, più l’Empireo . Per tali suddivisioni Dante si avvale dei criteri aristotelici (più S.Tommaso e Cicerone del De Officiis; con la natura delle pene mutano anche i criteri morali che reggono nel Purgatorio: la collocazione nel monte più l’Eden proviene a Dante dalla patristica (S.Gregorio Magno); nel Paradiso la natura simbolica della distribuzione delle anime: Dante immagina le anime beate più o meno prossime a Dio, secondo il grado della loro felicità nei cieli (dalla Luna a Saturno), fino alla S.S. Trinità: nelle stelle fisse compaiono Adamo, gli Apostoli, l’incoronazione di Maria; gli ordini angelici ruotano attorno a Dio (nel Primo Mobile) uno e trino, motore immobile, che infonde a tutto il cosmo, tramite le sfere mosse dalle gerarchie angeliche, il movimento (Assemblea della “Candida Rosa”) N.B. – Fonti: Riccardo da San Vittore, Bonaventura 4. Allegoria Il cammino raffigurante l’avventura umana, che con la ragione e la grazia della fede si redime dal peccato, è un itinerario allegorico-soggettivo. Verità e allegoria sono le due facce di un medesimo processo umano e spirituale, individuale e universale. Egli è il Pellegrino che vive una sua esperienza registrata e giudicata dal Poeta, dal filosofo, dal teologo, dallo scienziato, dal politico. Non si tratta di un romanzo a tre puntate, recitato da un regista-attore. Ciò che contraddistingue la Commedia è lo svolgersi dinamico e continuo di un’azione che non comporta ritagli o frazionamenti: è un’unica storia dell’anima: passioni e vizi (Inferno) condannati senza appello. Sempre l’uomo Dante, nel suo processo di purificazione, raccoglie ricordi terreni e speranze celesti, malinconie e sospiri nelle figure più evanescenti del secondo mondo (Casella, Sordello, Manfredi, Pia de’ Tolomei, Oderisi, Bonagiunta). Nel Paradiso egli si allieta della gloria dei Beati e dei Santi (Piccarda, Carlo Martello, S.Francesco, S.Domenico, S.Tommaso, S.Benedetto, Pier Damiani). Egli conferisce alle anime il crisma di una fisionomia oggettiva, attraverso la rievocazione della loro vita terrena. Dante ripercorre l’intera scala dei sentimenti umani, fissandoli di volta in volta nel ritratto oggettivo, nella partecipazione dolente, nella complicità colpevole, nel gaudio e nella solidarietà. Il significato più alto della Commedia risiede nella compresenza di dramma, elegia, inno, nell’alternarsi degli scontri sentimentali. Slanci, egoismi, vizi, virtù, abiezioni, eroismi, fragilità, certezze, nostalgie, invidie, debolezze, generosità del pellegrino, si infrangono sui morti che incontra, si riscattano nelle sofferenze, negli scacchi, nelle vittorie, si sublimano nella verità delle sentenze e degli aforismi. La costruzione gotica si innalza e il plastico si erge pian piano, fondendo i progetti geniali dell’architetto. Per la prima volta nella nostra civiltà, la storia di un uomo ci consegna in termini poetici il ritratto non solo di un’epoca in crisi, non solo del gagliardo travaglio dell’Europa, alle sorgenti del suo cammino, ma anche e soprattutto del dramma universale dell’esistenza nella realtà terrena e nella speranza dell’immortalità. Nota Bene a) Di lui non resta nemmeno una parola autografa. Nel 1328 il Cardinale di Bologna Bertrando del Poggetto condanna al rogo la Commedia. La Commedia circolò comunque sia, anche per via orale tra le classi popolari: dal Trecentonovelle di Sacchetti la novella 14, dove si dice che, passando Dante per affari suoi presso Porta San Pietro, vede – e peggio ancora sente – un fabbro che “””battendo ferro […] su la ‘ncudine, cantava il Dante come si canta uno cantare, e tramestava i versi suoi, smozzicando e appiccando, che parea a Dante ricever di quello grandissima ingiuria. Non dice altro, se non che s’accosta alla bottega del fabbro, là dove avea di molti ferri con che facea l’arte; piglia Dante il martello e gettalo per la via, piglia tenaglie e getta per la via, piglia le bilance e getta per la via, e così gittò molti ferramenti. Il fabbro, voltosi con uno atto bestiale, dice: “Che diavolo fate voi? Siete voi impazzato?” Dice Dante: “O tu che fai?” “Fo l’arte mia, - dice il fabbro, - e voi guastate le mie masserizie, gettandole per la via”. Dice Dante: “Se tu non vuogli che io guasti le cose tue, non guastare le mie”. Disse il fabbro: “O che vi guast’io?” Disse Dante: “Tu canti il libro e non lo di’ com’io lo feci; io non ho altr’arte, e tu me la guasti”. Il fabbro gonfiato, non sapendo rispondere, raccoglie le cose e torna al suo lavoro; e se volle cantare, cantò di Tristano e di Lancellotto e lasciò stare il Dante. b) Tutto l’Umanesimo-Rinascimento dimenticò Dante esaltando soprattutto Petrarca. Rilanciato dall’interpretazione vichiana, il culto della Commedia risorse nel Romanticismo (no Shakespeare, no Cervantes, poco Goethe: “troppo medievale”). Soprattutto Hegel (“lezioni d’estetica”), Lord Byron: “profeta delle sofferenze italiche sotto gli stranieri”; Monti, Manzoni, Madame de Staël : “Dante? L’Omero dei tempi moderni, poeta sacro dei nostri misteri religiosi”, Hugo, Stendhal, Montalambert, Balzac, Chateaubriand, Verlaine, Eliot, Montale (Ossi e Occasioni). “La nostra civiltà si riconosce nel più ardito sperimentatore del linguaggio poetico” (Antonio Enzo Quaglio). c) La Commedia è la prima opera a godere, nel 1472, l’onore della stampa d) Per i seicento anni dalla nascita la “Dominus altissimi cantus” (di Paolo VI) il 7 dicembre 1965 alla vigilia della chiusura del Concilio Vaticano II. e) “…. Egli sia astro luminosissimo, a cui volgere lo sguardo e a cui – ostacolati dalla “selva oscura” – chiedere di orientarci verso “il dilettoso monte / ch’è principio e cagion di tutta gioia” (Inf. 1,77-78) (Altissimi cantus). POSTFAZIONE da “Recitare Dante”, uno scritto di Umberto Eco per la presentazione del libro “Il mio Dante” di Roberto Benigni “””Il miracolo, che forse non sperava neppure lui (Benigni), è che lo hanno seguito le folle, «ed eran tante, che ‘l numero loro / più che ‘l doppiar de li scacchi s’inmilla”. Cose che accadono solo ai profeti: meglio che si fermi, altrimenti un giorno o l’altro gli salterà in mente di moltiplicare anche i pani e i pesci. E a lui, si sa, non piace chi si traveste da “unto del Signore”. Meglio immaginare un film in cui non solo Roberto Benigni rifaccia il viaggio del suo Maestro, girone per girone e cielo per cielo, ma incontri anche il fabbro e/o l’asinaio. Virgilio potrei farlo io, o Cerami, insomma, un amico; per Beatrice so già chi ha in testa Benigni; i dannati … be’, per i dannati c’è solo da decidere chi scartare. I beati, forse bisognerà lavorare di trucchi elettronici, olografie e realtà virtuale. Fabbro e/o asinaio potrebbero essere interpretati, che so, da un preside, da un professore d’università, da un critico detto militante, o da uno di quegli attori che non sanno come risolvere gli enjambements. Ma Dante potrebbe farlo solo Benigni, in divisa regolamentare da Vate, palandrana e alloro compresi: ne ha l’accento toscanaccio, la magrezza grifagna, il piglio incazzevole, e l’amore per i suoi versi – da recitare bene. Come si deve, senza arri. Ho già il titolo, L’ altra vita è bella.”””
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Postato da claudio il 28/11/2008 alle 07:53
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La Divina Commedia
Per chi volesse leggere La Divina Commedia consiglio questo link: http://www.mediasoft.it/dante/ al fianco dei Canti in versione integrale trovererete anche le note richiamate dal testo, sono ben fatte e facilmente leggibili. Buona lettura a tutti. Claudio
Tag : Poesia
Postato da claudio il 25/11/2008 alle 13:54
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medioevo - introduzione alla Divina Commedia
potete leggere questo file anche in word scaricandolo dall'area download dedicata alla Poesia ----------------------------------------------------------- Data convenzionale : 476 – 1492 (che io sostengo) 1. MEDIA TEMPORA – MEDIUM AEVUM MEDIA ANTIQUITAS – MEDIO EVO = MEDIA AETAS = ETA’ DI MEZZO: si scelse Medioevo perché semplice era l’aggettivo. Tutto il Medioevo è l’“humus” da cui sorsero, almeno in Italia, le “tre colonne” Età compresa tra la fine del mondo antico e gli inizi dell’età moderna (vedi Gioacchino da Fiore – Celestino V° (1294) era per i seguaci … l’inizio della terza età). Nel 14° secolo, e nel corso del 15°, si radicò negli intellettuali italiani la convinzione che l’antichità classica e il mondo contemporaneo fossero momenti di alta civiltà interrotti da una parentesi barbarica. Verso la metà del ‘600 gli studiosi affermarono la suddivisione della storia in età antica, di mezzo, moderna (oggi contemporanea). Tale schema fa la sua comparsa con il Vasari nel 1550: età di mezzo. Epoca che va dal 410 - Alarico con i vandali saccheggia Roma - fino al 1440. I classici canonici – Cicerone, Virgilio (ripreso come guida da Dante. Dante: “Tu Signore, tu Duca, tu Maestro”; “te e sovra te corono e mitrio” – sono i supremi modelli, l’età aurea, dopo la quale la decadenza. 2. Confine tra medioevale e moderno La cronologia varia da regione a regione: Tommaso Moro e Shakesperare ultimi astri del medio evo morente; Carlo V°, Francesco I°, Enrico VIII°, ancora prigionieri del medio evo, imitatori di Federico Barbarossa e Riccardo Cuor di Leone. Il vademecum di Colombo (1492) si rifà a Marco Polo. Il quadro è ancora più complicato dagli effetti della Riforma Protestante : Lutero, Zwingli, Calvino assunsero importanza ben maggiore di Leon Battista Alberti (Genova 1404 – Roma 1472) ed Erasmo da Rotterdam. Il Rinascimento fu ben presto considerato antesignano della Riforma. La cultura umanistica considerò il Medio Evo un’epoca di decadenza, un periodo di oscurantismo religioso, dominato da papi e monaci e da dilagante degradazione rispetto alla Chiesa primitiva (barbari). Perciò i Riformatori accolsero con entusiasmo la nozione di Rottura con il passato attorno al ‘400. Per gli studiosi provenienti da regioni cattoliche, Lutero e gli altri eretici rappresentavano il momento finale della tradizione ereticale. La data di inizio del Medio Evo non è messa in discussione (410) (476). Problematica è l’assegnazione della data finale in particolare per l’Italia (1492 America e Guttenberg, 1453 caduta di Contantinopoli). Per gli studiosi non italiani i mutamenti culturali si collegano alla figura del Petrarca (1304 – 1374). Le novità culturali, l’arte, l’architettura italiane cominciarono ad esercitare un influsso senza pari nell’Europa Occidentale. Per i non italiani la data più ovvia il 1494, anno in cui Carlo VIII attraversò le Alpi alla testa delle sue truppe. In Spagna l’età moderna comincia con il Regno di Ferdinando e Isabella. In Inghilterra dall’avvento della dinastia dei Tudor 1485. Date analoghe per altre nazioni dell’Europa Occidentale e alcune orientali (Polonia, Ungheria). Per la Germania il 1519: Carlo V° e ribellione luterana (1517). Le vicende dell’impero bizantino partono il 1453, evento che scosse l’intera cristianità per timore dell’avanzata turca in Europa. Se Polonia e Ungheria seguirono l’Europa Occidentale, la Russia mantenne a lungo il suo carattere medievale. a) Alto Medio Evo - Così gli italiani, età oscura per gli inglesi b) Ultimi secoli del Medio Evo = Basso Medio Evo o Tardo Medio Evo; età delle crociate, età dei Comuni in Italia 3. Alcuni tratti fondamentali La definizione di “età oscura” (“roba da Medio Evo”) derivò dal rilievo dato alle invasioni barbariche dei secoli V° - XI° con la rovina del mondo romano. Il ruolo della Chiesa di Roma con il suo monachesimo “rifonda” l’impero (Carlo Magno, 800 d.C.): è la cosiddetta rinascita carolingia con importanti cambiamenti. Economia stagnante, lo scarso commercio, città senza vitalità (N.B. Ambrogio Lorenzetti e il buon governo); in molte zone l’aristocrazia si ridusse a vivere nelle tenute di campagna, affidandosi al lavoro dei coloni e alla protezione dei servi armati. Giustiniano (oriente) fallì la riconquista (535 – 553) Carlo Martello fermò gli Arabi a Poitiers (733) Terminate ed “omologate” (integrazione) le invasioni, si diffuse un “nuovo” fenomeno: il Feudalesimo, essendo la terra diventata l’unica forma di sostentamento, fonte di ricchezza e di potere politico. La lavorazione della terra venne sempre più affidata a contadini che non erano né liberi, né schiavi: in cambio delle loro prestazioni ricevevano terra e casa (ad tempus – in comodato non dinastico). Le norme consuetudinarie si trasformarono in “statutarie” (pays de coutumes e pays de droit écrit). Altri due gruppi sociali: clero e cittadini (villici), i sovrani erano ormai messi all’angolo. L’ascesa del Vescovo di Roma a capo spirituale della comunità cristiana fu lenta e inevitabile; Roma luogo del martirio di Pietro e Paolo, ex capitale imperiale, la sua organizzazione giuridica … Alcuni grandi Papi (Gregorio Magno, 590 – 604) influenzarono sempre più anche il campo politico: autorità non solo morale sull’occidente; i domini pontifici costituivano il fondamento del potere temporale dei Papi per contrastare il potere statale che terminò 20 settembre 1870. A Bisanzio tale ascesa fu considerata con sospetto: nel 1054 lo scisma d’oriente. Molto più importante la penetrazione del cristianesimo in Europa. I vescovi risiedevano nelle città o alla corte dei re (in Italia tante città, tanti vescovi, ancora oggi). Le chiese metropolitane cominciavano a inviare i loro preti fuori delle città, venendo così a configurarsi la futura parrocchia. I monasteri (S.Benedetto da Norcia) erano dotati di vaste proprietà (quasi a regime feudale). Perciò la designazione dei vescovi divenne un fatto cruciale (cfr Gregorio VII 1073-1085 e la sua lotta per le investiture). Per la maggior parte dei cristiani le funzioni presso la chiesa locale, legate al ciclo stagionale e al culto del santo patrono, erano molto più importanti che sapere chi fosse il vescovo e come veniva eletto. Le funzioni erano in latino, così pure la Bibbia. Nei monasteri, oltre il lavoro manuale, vi era lo sviluppo della cultura basato sul latino per unificare la cristianità occidentale. I sovrani reclutavano i loro tesorieri e funzionari tra i chierici di cultura latina. Questa fioritura fu la base della rinascita carolingia. Man mano anche i villici e le città cominciarono ad essere motore verso il nuovo. 4. Il secolo XII – XIII : “età delle crociate”: interessi dei feudatari, dei principi, del papa. La prima crociata (1096-99) fu un movimento di massa, che mobilitò nobili e popolo in risposta all’appello del papa per liberare la Terra Santa e per instaurare il cristianesimo latino nel mondo greco. Parecchi nobili si guadagnarono i principati territoriali in Asia Minore a spese dell’impero bizantino. L’apice avvenne nel 1204, quando la quarta crociata prese e saccheggiò Costantinopoli, che riacquistò l’indipendenza solo nel 1261 (Impero latino d’Oriente). Tutto ciò ebbe come effetto di dare alle città marinare italiane il predominio sul Mediterraneo con un notevole aumento, di conseguenza, del commercio intercontinentale. La prosperità si ampliò anche alle città dell’interno (Lucca, Firenze, Siena, Milano). Il commercio italiano raggiunse per via terra anche l’Europa settentrionale. Questi fenomeni promossero una complessa organizzazione commerciale (banche di deposito e crediti, libri contabili, compagnie commerciali) già presente a Firenze attorno al ‘300 (Dante …), soprattutto resuscitarono in Italia la comunità urbana, la borghesia, la classe più dinamica della civiltà occidentale. Nasce il fenomeno dell’urbanesimo (Milano, Venezia, Firenze, Napoli). Molti comuni della Toscana e della Lombardia, approfittando delle lotte tra papa e impero, riuscirono ad emanciparsi dai loro sovrani “per diritto”. L’età del commercio nella storia italiana corrispose all’età delle crociate. La città autonoma, amministrata da ricchi patrizi e poi borghesi, nell’interesse proprio e del commercio internazionale, aveva un suo obiettivo: dominare il contado (città metropolitane?!). Per questo fatto la situazione in Italia non fu mai stabile: forze disgregatrici operavano fuori e dentro le città. Nonostante ciò, si formarono stati cittadini indipendenti (Firenze, Siena, Lucca, Venezia). Da qui le signorie e i principati, così anche nei Paesi Bassi e in Germania (città-stato) che ottennero dai signori locali la “carta della libertà”. Così in Francia, Inghilterra e nei regni spagnoli, venne creandosi una tacita alleanza tra re e borghesia. Al nord la Lega Anseatica (Baltico e Sassonia). Espressione di tali tensioni la “Magna Charta” in Inghilterra (1215), il “Privilegio general” in Aragona (1283). 5. I secoli centrali del Medio Evo furono l’epoca dei nuovi ordini religiosi, anche grazie al predominio di una comune tradizione letteraria e filosofica in lingua latina e della Chiesa, alle nuove università (Bologna, Padova, Pavia, Parigi). San Francesco (1182-1226) e San Domenico (1216) ebbero un’ampia fioritura e un forte impulso cristiano per una Chiesa più vicina alle sue origini. La filosofia di San Tommaso (+1274), le cattedrali gotiche: Parigi, Chartres, Reims, Colonia, Canterbury, Modena, Orvieto, sono le grandiose espressioni di quest’epoca. Dentro tale cambiamento, molto veloce per quell’epoca, la scomparsa della servitù. In molte regioni dell’Inghilterra e della Francia la figura del servo era ormai rara e dove ancora sopravviveva, i suoi obblighi divennero meno onerosi. Ciò fu dovuto sia alla prosperità economica, sia al rafforzamento dell’autorità statale. N.B. – Nell’Est europeo (oltre l’Oder) da una classe contadina libera si passò a una classe contadina relativamente priva di libertà (servi della gleba aboliti solo nel 1917 in Russia). 6. Il Tardo Medio Evo Con il 14° secolo iniziò la recessione economica. La peste del 1348 (un terzo della popolazione europea) (Boccaccio-Decamerone) concorse alla diminuzione demografica. Le campagne hanno sofferto molto meno dell’attività commerciale delle città. Da qui tensioni sociali, rivolte contadine, fino al 16° secolo (Lutero contro i contadini e alleato dei principi-feudi) Le corporazioni artigiane delle città sfidarono il monopolio politico dell’aristocrazia. In alcuni centri (città minerarie delle Fiandre, a Firenze, a Colonia) cominciò ad affermarsi la “classe operaia”. Le corporazioni riuscirono ad assumere funzioni di governo in proprio (la corporazione però era formata dagli artigiani più ricchi). La nobiltà fu colpita dalla decadenza economica, che inasprì le guerre dinastiche in Spagna, in Germania, in Italia, nei Paesi slavi e nella lunga lotta tra Francia e Inghilterra (guerra dei cent’anni 1337-1453). Impoveriti, molti nobili cercarono di profittare dei vantaggi che venivano concessi dai re e si trasformarono in cortigiani. Proliferavano i titoli nobiliari, gli ordini cavallereschi con il protocollo di corte: si forma la “casta”. Il potere principesco si consolidò in tutta Europa. Il sovrano era forte se era in grado di procurarsi denaro (sponsor), necessario per l’esercito, per gli armamenti (artiglieria?), per pagare i funzionari statali, remunerare i cittadini, che chiedevano in contraccambio posti vantaggiosi e onori per il lusso, per il fasto, per i gioielli, abiti, monumenti, musicisti. In alcuni casi il principe fu costretto a negoziare il diritto di imporre tributi (mafia di allora?). Ciò fu determinante per l’evoluzione dei parlamenti e per l’affermazione dei diritti costituzionali. Il contrasto tra la vita povera nelle città e campagne e quella splendida del nuovo cortigiano, tra gli orrori della peste e il fiabesco incanto dei tornei e spettacoli pubblici (Decamerone) conferì al crepuscolo del Medio Evo molte ambiguità - tramonto del Medio Evo. Altri segnali. Per la prima volta l’eresia si collegò al sentimento della nazione. L’ortodossia e la riforma ortodossa rimasero contenute entro confini circoscritti. Anche i santi furono “territoriali” (S.Bernardino da Siena, Santa Giovanna d’Arco). Neppure il papato fu risparmiato da questo regionalismo (Avignone 14° secolo). Dopo il grande scisma (1417) il papato si italianizzò. I papi italiani furono veri e propri principi (sfarzo, politica, interessi economici). Il fallimento del “conciliarismo” affermato nel Concilio di Costanza (1415) costituisce la prova che sul “mondo” soffiava il vento del “papa re”. Il provincialismo colpì anche le università: la cultura latina alimentava le lingue nazionali (dialetti e loro difesa oggi). Le università si moltiplicarono in modo localistico; solo Bologna, Parigi, Padova, Pavia, rimasero centri internazionali. L’eccezionale fioritura letteraria italiana (Dante, Petrarca, Boccaccio) fu seguita da movimenti analoghi in Inghilterra, Francia. Così anche il sentimento religioso acquisì una connotazione sempre più locale, grazie alla traduzione della Bibbia e di opere devote (Imitazione di Cristo).
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Postato da claudio il 30/10/2008 alle 16:49
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ALTRA CULTURA - primo ciclo
Don Carlo Venturin ci guiderà nel MEDIO EVO e le "TRE COLONNE PORTANTI" in particolare nel periodo autunnale conosceremo Dante e la Commedia con la lettura declamata di un Canto dell'Inferno. Vi ricordo di consultare il nostro menù appuntamenti e vi ricordo il primo incontro di LUNEDI 20 OTTOBRE con inizio alle ore 21.00 presso la Scala di Giacobbe a Castelletto di Cuggiono.
Tag : Poesia
Postato da claudio il 17/10/2008 alle 07:44
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Tornavamo dai lager
Tornavamo dai lager come torrenti in piena verso la terra del sole. Tutti i volti erano in pianto e il cuore impazziva nella “paura” di sentirci liberi. Un nembo solo di cenere avvolgeva morti e vivi in cammino sulle strade d’Europa. Ma non sapevamo, Signore, quanto è difficile essere liberi. Era bene che pure i vincitori fossero uccisi, libertà non sopporta vittorie. Ritorna, Signore, e disperdi quanti hanno nuovamente ucciso milioni di morti: anch’essi sono divenuti assassini, hanno superato l’infamia dei vinti. Ritorna, Signore, e uccidi tutti i potenti: maledetti che usano perfino il tuo nome. Almeno gli ultimi poveri del mondo conoscano solo inni di pace. O deportati da tutti i paesi, a Dio, sciogliamo il canto di lode, perché nel Cristo risorto dai morti tutte le lacrime nostre asciuga.
Tag : Poesia
Postato da claudio il 23/04/2008 alle 07:26
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Pippo