|
|
| A proposito di articolo 41 della Costituzione Italiana |
| Luglio-agosto 2010
Sono “costituziopatico” perciò ritorno sull’argomento
A proposito di articolo 41 della Costituzione Italiana
• “Le diverse squadre e le nazioni / givano errando senza guida propria / per dare capo et ordine a ciascuno” (L.Ariosto). “Ogni corpo abbia la sua bandiera e la sua guida” (Machiavelli). “Inquieta Firenze per le smanie protagonistiche di chi proclamando amore della libertà, magari mira a sopprimerla per e pur di farsi capo e guida della città” (Machiavelli).
E’ l’eterno “capataz”, il “caudillo” caro ai porporati, “el conducador” applaudito dai centri di potere economico-industriale, è il “dux” che si appropria di indebite investiture divine, “autounto”, “autounzione”, “autoimbrillantinamento”.
Don Ferrante, di manzoniana memoria, nella cui declamata biblioteca fioriscono libri di storia, proclama: “La politica senza storia è uno che cammina senza guida”.
• Un lungo sproloquio il mio contro la protervia di chi si sente autorizzato a manomettere la “Guida” dell’Italia repubblicana. Questo mio intervento è il “continuum” di quello precedente e che vuole puntualizzare ciò che è descritto dall’art. 41, diversamente da come gli utilizzatori finali lo “interpretano”.
Vi è una ignoranza contagiosa di fondo, che mi richiama il 1919-1922. Vi è il venir meno di “guide” (Costituzione) intese come riferimenti culturali-legislativi” credibili, vi è soprattutto il proliferare di pifferai magici (ricordatevi il pifferaio magico che, attirando, come le sirene i marinai, porta i topi della città di Hamelin a inondarsi e sparire; così trionferanno i “gatti con gli stivali”), pifferai cui la debolezza culturale afasica della maggior parte della nostra società si affida con stupefacente facilità: “ciechi che guidano altri ciechi” (Mt 15,14)
La società è uscita “fuori dalla guida” (Costituzione), ma per la sua “rimessa in linea” si affida a violenti colpi di maglio, cioè a guide a cui si è ceduta la mente collettiva: passivi e inconsapevoli spettatori.
Invece di pifferai, uso anche l’immagine dei nostri giorni inondati di calcio (più parlato che giocato) dal Sud Africa: la “VUVUZELA”, che assorda le orecchie e obnubila le menti, ossessiva, assordante, monocorde, fastidiosa; è il rimbecillimento collettivo che porta a desiderare l’oggetto per il quale si prova un moto di ripulsa.
• Come qualche amico mi rimprovera, mi sono dilungato ancor più nella seconda premessa. Incurante di tale mio “peccato originale”, dovevo premettere le annotazioni precedenti per entrare in “medias res”: l’articolo 41.
La Carta Costituzionale è la carta di identità di un popolo. “Le Costituzioni esistono per creare attorno alla democrazia un muro, che la protegge dalla degenerazione, dal discredito, soprattutto dal dominio del popolo elettorale” (B.Spinelli)
La “Carta” elenca i tratti culturali, anziché quelli somatici. Se pochi la conoscono, significa che non si ha idea di ciò che siamo (“un volgo disperso”, anonimo, in balia del capo-popolo di turno, pronto o osannare e poi atterrare).
Peggio ancora: significa che ci si sente liberi di plasmare ogni mattina i connotati, senza preoccuparsi della fotografia scattata dai Costituenti (anzi, i padri fondatori sono accusati di “catto-comunismo”: errore storico madornale; tra essi vi erano Croce, Einaudi, Vittorio Emanuele Orlando, Corbino e tanti altri liberali. C’è un’insidia più grave dell’oblio: il falso ricordo, tanto più procurato con l’inganno).
L’art. 41 urge cambiarlo (18 giugno 1815 Waterloo, oggi 18 giugno 2010 si riunisce il Consiglio dei Ministri per “rivederlo”, cioè “abrogarlo”), disse qualche giorno fa il Ministro dell’Economia. Diversamente la libertà d’impresa rimarrà una chimera, ostaggio di uno Stato ficcanaso: applauso! Nessun sussulto di dignità costituzionale, invece di “nessun dorma”, tutti stiano nel loro torpore, nessuno li disturbi i guida-tori.
I cittadini/e avranno pensato che quella norma sia catto-comunista, cioè vergata di suo pugno da Stalin, che la Costituzione Italiana sia una copia fotostatica della Costituzione sovietica del 1936.
Chi vuole cambiare l’art. 41 sa bene cosa c’è scritto nei tre commi.
Primo comma: “L’iniziativa economica privata è libera”. Dunque, o stiamo consultando un testo apocrifo, oppure la libertà d’impresa è tra i valori collettivi. Più impresa libera di così!
Secondo comma: “Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” (BP nel Golfo del Messico, Tyssen a Torino, morti “bianche”, amianto con lo strascico del tumore alla pleura, coste devastate dall’abusivismo edilizio-turistico, greti dei fiumi escavati e franosi, esalazioni mefitiche, polveri sottili, …).
Dovremmo aggiungere al comma 2 che le imprese, d’ora in poi, saranno inutili e dannose, che gli industriali devono essere liberi di brevettare giocattoli pericolosi (vedi made in China), auto inquinanti, ecomostri, farmaci nocivi, trasformare le fabbriche in lager: è questo il “gluteo” in cui andrebbe a conficcarsi l’iniezione ri-costituente (l’abrogazione pura e semplice, così tutto costa meno!).
Terzo comma: “La legge determina i programmi e i controlli opportuni, perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.
Ritengo sì questo comma la finalità della revisione costituzionale. Se, come appare dalle dichiarazioni “autorevoli” anche da parte dell’OCSE e del garante Catricalà, si arriverà all’abrogazione, ognuno sarà autorizzato ad agire come gli sembra vantaggioso, svuotando il comma 2. Altrimenti sarebbe come predicare la sicurezza sulle strade licenziando in toto i vigili e i codici della strada. A meno che il problema non siano i “fini sociali”. Si sa che quando si sente menzionare “Fini” ci si “contorce” sulla sedia.
• L’articolo 41 non è che un alibi, uno schermo. Serve scaricare sulla Costituzione l’impotenza dei politici, per inaugurare una stagione nuova, con la conoscenza di principi non negoziabili, entro i quali rinnovare il corpo socio-economico-culturale dell’Italia nel mondo globalizzato.
Si dice che l’art. 41 taccia sulla libertà di concorrenza. Non è vero. L’Antitrust bene o male funziona dal 1990: è l’Autorità garante della concorrenza e del mercato. C’è l’art. 117 della Costituzione, che assegna alla legislazione dello Stato la “tutela della concorrenza”, così pure l’art. 118 (che è in procinto di essere cambiato: il cosiddetto federalismo, così, andrà “a farsi benedire”?).
C’è inoltre un fiume di norme europee – recepite nel nostro ordinamento legislativo – che a loro volta proteggono il libero mercato (concorrenza, senza monopoli e oligopoli).
Nella nostra (italiana) giurisprudenza costituzionale la “tutela della concorrenza” figura in 131 decisioni, il “libero mercato” in 44, la “libertà di iniziativa economica privata in 81.
Forse, dopo tutto questo, ciò che importa non è tanto la Costituzione (“morte della democrazia” è stata di recente definita da chi in essa ha giurato fedeltà: “spergiuro di Stato”) scritta, conta quella immaginata. Di fantasia occorre un bagaglio enorme, una quantità incommensurabile: i cosiddetti statisti più longevi che mai, ogni mattina riversano una parte della propria “bisaccia fantastica”. Giovambattista Vico affermava: “Tanto più la fantasia è robusta, quanto più debole è il raziocinio”. Si sa da antica data che “il sonno della ragione genera mostri”.
Dio salvi non la regina, ma la nostra Carta di identità, perché non sia sfregiata, resa carta straccia, cimelio storico di un mondo che fu.
P.S. – Ripropongo ciò che Massimo Gramellini scrisse in un “Buongiorno” di qualche mese fa. E’ una metafora per svegliarci dal “sonno della ragione”.
“”“Martina Maturana ha dodici anni, vive sull’isola di Robinson Crusoe, al largo della costa del Cile, e non dorme. Ha appena sentito tremare il materasso sotto la schiena.
Una vibrazione l’ha svegliata, ma neanche troppo.
Potrebbe tranquillamente girarsi dall’altra parte e ricominciare a dormire, come stanno facendo tutti gli altri seicento abitanti dell’isola di Juan Fernandez. Martina invece scende dal letto. Vuole capire. Scuote il padre poliziotto, rintanato sotto le coperte. “Cosa è stato, papà”. “Cosa è stato cosa? Niente, torna a letto”. Lei ci va, ma non riesce a prendere sonno. Allora, in punta di piedi, raggiunge la finestra, guarda in basso e vede. Vede ondeggiare le barche nella baia, al chiaro di luna. E capisce. “Lo tsunami!”. Si precipita in piazza e suona il gong. Adesso sono tutti svegli e corrono all’impazzata verso la cima dell’altura che domina l’isola.
Appena in tempo: nel volgere di qualche minuto un’onda gigantesca sommerge la baia, inonda la piazza, distrugge il municipio e le case circostanti. La bambina che non voleva dormire ha salvato la vita di tutti coloro che non volevano svegliarsi.
Ricordiamoci di lei, ogni volta che ci rassegniamo alle spiegazioni rassicuranti e rimuoviamo la realtà per non essere costretti ad affrontarla. Martina incarna lo spirito di ogni essere umano, com’era al momento della nascita e come dovrebbe essere sempre e invece non è quasi mai: presente a se stesso, capace di meravigliarsi. In una parola: vivo”””.
A chi se le permette, buone ferie “costituzionali”
don Carlo
|
|
| “VIDEANT CONSULES NE QUID DETRIMENTUM REI PUBLICAE CAPIAT” |
| SCARICARE FILE DA DOWNLOAD - POLITICA
Tramite Eremos,
Buon 64°
compleanno a
“VIDEANT CONSULES NE QUID DETRIMENTUM REI PUBLICAE CAPIAT”
Buon compleanno Repubblica Italiana: 64 anni! Cara e invisa, stimata e calpestata: 2 giugno 1946 – 2 giugno 2010.
Con il referendum propositivo del 2 giugno ’46 gli italiani/e erano chiamati/e a scegliere tra Repubblica e Monarchia come forma dello Stato. In contemporanea vi fu l’elezione dei “Costituenti” (556), per redigere la “Carta Costituzionale”, la “Magna Charta” dopo lo Statuto Albertino (1848). Uno statuto strappato e concesso a malavoglia dal Sovrano Carlo Alberto, dapprima solo formale, poi irriso, sorpassato e tradito dai vari governanti di turno.
Vinsero i fautori della Repubblica, con uno scarto di circa due milioni di voti validi. Anche allora lo specchio dell’Italia rimarcava la nazione di sempre: “un volgo disperso che nome non ha”. L’Italia del Nord a favore della Repubblica, non con uno scarto netto. Il Sud per la Monarchia a grande maggioranza. Il Centro nettamente per la forma repubblicana. La monarchia fu considerata correa dei misfatti d’Italia. Per diciotto mesi si è protratto il lavoro dei Costituenti. Il 22 dicembre 1947 la firma del Presidente provvisorio della Repubblica, Enrico de Nicola, e quella del Presidente del Consiglio Alcide de Gasperi. Il 1° gennaio 1948 l’Italia ha la nuova “carta d’identità”.
L’articolo 139, l’ultimo, è lapidario: “La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”.
N.B. – Né allora, né oggi non hanno senso i cosiddetti monarchici.
Non è comprensibile che, di volta in volta, chi è democraticamente eletto alle cariche pubbliche, si senta in obbligo di mutare l’ordinamento repubblicano se non formale, quello materiale. Un sospetto traligna in me: sono incapaci di attuare quanto i Costituenti sancirono solennemente per una nazione democratica, quindi eliminano articoli “fastidiosi”, contrari ai propri interessi individuali o di casta. Questi tali sono come coloro che, volendo un treno più rapido, eliminano i binari, dichiarando ai cittadini che ciò è consono a una nazione moderna.
Domando: gli USA, che hanno una Carta di 250 anni, senza che nessuno accenni a cambiarla, se non aggiungendo qualche emendamento, sono una nazione retrograda?
Sono un conservatore. Conservatore è colui che non si oppone al cambiamento per il suo attaccamento allo “status quo” e ai propri privilegi, ma chi si oppone a riforme dissennate, che devastano principi, tradizioni, istituzioni di grande spessore storico, frutto di pazienti sforzi, sacrifici e spesso sofferenze tragiche. I suoi avversari sono i riformatori avventati, i rivoluzionari, gli utopisti, i reazionari, che vogliono riportare indietro l’orologio della storia per annullare conquiste di libertà, gli ottusi difensori dell’ordine sociale, anche se ingiusto.
Il conservatore dice ai reazionari che l’ordine costituito non è razionale per il solo fatto di esistere; ammonisce i riformatori entusiasti e i rivoluzionari che l’avere buone intenzioni non basta.
Il conservatore sa, dalla storia, che riforme e rivoluzioni hanno avuto effetti deleteri sull’ordine sociale. Le lotte sociali in Italia del 1919-21, guidate da massimalisti e rivoluzionari contro i vecchi riformisti, alimentarono la reazione fascista con l’avvento del Duce nel ’22.
I richiami storici sono molti e tutti confermano che, quando si mette mano a riforme, bisogna riflettere attentamente sulle conseguenze, soprattutto se riguardano le Costituzioni.
Il conservatore non dice “no”, perché è contro ogni revisione, ma chiede se si sono vagliate le conseguenze. Vuole dati precisi, esige che ci sia riflessione attenta, senza fretta, con il contributo di tutti, come avvenne per l’Assemblea Costituente.
Quando ragiona sui problemi politici e sociali, il conservatore si preoccupa di evitare errori.
Diffidente nei confronti di qualsiasi politico che promette il paradiso (ora invece si parla di “lacrime e sangue”: “per me si va nella città dolente, per me si va tra la perduta gente, per me si va nell’eterno dolore”), il conservatore diventa sospettoso verso chi vuole un delicatissimo intervento chirurgico, che invece si dimostra come “Jack lo squartatore”.
Il conservatore è il più progressista, se ben è attento a ciò che si vuole conservare.
Riguardo alla Costituzione Italiana, con la sua vecchia icona incoronata, conservare significa far progredire la società italiana.
“La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della costituzione” art. 1 comma 2).
Non perché si è eletti e si ha la maggioranza, si agisce in base ai voti ricevuti, ma secondo forme e limiti ben delineati dalla Carta.
• “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale … che impediscono il pieno sviluppo della persona umana …”.
Di fatto quanti limiti per essere cittadini, perché ostacolati da lacci e laccioli che rendono prigionieri, poveri in mano a benestanti, che bacchettano e turlupinano a destra e a manca.
• “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto” (Art. 4, comma 1).
Mi domando se per chi ha autorità di governo il disoccupato/a, il precario/a, il co.co.co., i vari generi di contratti e di lesioni di diritti, sono solo statistica oppure azione efficace per la piena cittadinanza.
• “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani” (art. 7, comma 1).
Mi pare che ci sia invece una “invasione di campo” continua tra i due ordinamenti, di sostegno dell’una su l’altro e viceversa. La democrazia è il regime dell’uguale libertà delle opinioni, che si fanno forti del numero e così si affrancano dal vincolo a una qualunque verità “a priori”. La libertà e l’uguaglianza sono le uniche “verità” della democrazia che la Costituzione ribadisce.
“La laicità oggi si trova a fare i conti con la contestazione della sua ragione fondante. La religione è riscoperta come risorsa politica e la politica è riscoperta come risorsa religiosa e questa duplice riscoperta colloca la laicità tra l’incudine e il martello” (Gustavo Zagrebelsky in “Scambiarsi la veste”, pag. 20).
• “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”
(art. 9, comma 1).
L’ISTAT in questi giorni ha diffuso alcuni dati al riguardo, in particolare sottolinea un “buco nero” dell’Italia oggi: i giovani. Nell’ultimo anno il tasso di occupazione giovanile (tra i 15 e i 29 anni) è sceso dell’ 8,2%; complessivamente il 44%. In particolare i giovani “NET”, cioè coloro che non sono né occupati in un lavoro, né inseriti in un percorso di studi o formazione: oltre 2.000.000 di giovani, in larga parte diplomati e laureati. Aspettano! Saranno eterni disoccupati con grave danno non solo per loro, ma per la nazione intera. E’ il dramma della nazione intera, addio ricerca e sperimentazione. E’ difficile parlare di futuro, se non vi è ricerca, in un Paese la cui unica ambizione, oggi, è “non fare come la Grecia”.
• “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (art. 11, comma 1).
Le esperienze trascorse dall’unità d’Italia (1861) al 1945 (Guerra di Libia, 1^ guerra mondiale, guerra d’Etiopia, in Spagna, 2^ guerra mondiale) sono diventate punto di non ritorno, almeno sulla carta, anche se talora si “sguscia”. Ricordo Andreotti in occasione della prima guerra in Iraq: “Andiamo a compiere opera di polizia internazionale”: che colpo di genio!
• “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.
Il sistema tributario è informato a criteri di progressività” (art. 53).
Se si confronta la “macelleria sociale”, stabilita dalla manovra finanziaria di questi giorni, con la proclamazione solenne: “sacrifici indispensabili” (N.B. – sacrificio etimologicamente significa “cosa sacra”: non so cosa ci sia di sacro, qualcuno l’ha dipinta “rapina a mano armata”), se si confronta ciò con l’art. 53, è evidente che vi sia una sperequazione di fondo: pagano i soliti noti!
Se a tutto questo si aggiunge la cosiddetta legge sulle intercettazioni, la quadratura del cerchio finalmente è realizzata: si azzoppano i guardiani della democrazia a vantaggio della plutocrazia elitaria: “La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure” (art. 21, comma 2).
A qualche lettore non pigro, ma avido di conoscere i binari invalicabili, consiglio di leggere il Titolo IV: La magistratura “un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere (art. 104, comma 1).
Non è il suffragio universale a sparire per primo, quando la democrazia si spezza. Per primi sono azzoppati i suoi guardiani: leggi, magistrati, tutori dell’ordine, la stampa. Anche le Costituzioni esistono per creare attorno alla democrazia un muro, che la protegga dalla degenerazione, dal discredito, soprattutto dal dominio assoluto del popolo elettorale. Quando quest’ultimo regna senza contrappesi, le virtù della democrazia diventano vizi letali. Tocqueville, descrivendo gli Stati Uniti, chiama i guardiani “i particolari potenti”: sono la stampa, le associazioni, i “legistes”: i giuristi. In loro assenza “non c’è più nulla tra il sovrano e l’individuo”: sia quando il sovrano è un re, sia quando è il popolo.
Come è possibile miscelare i tre ingredienti, che la legge in questione prende in considerazione, senza violare la Costituzione repubblicana? Sono in gioco tre libertà fondamentali: il diritto alla giustizia, il diritto alla riservatezza, il diritto dell’informazione.
Riguardo alla libertà di informazione, la Corte Costituzionale (1969) l’ha definita “pietra angolare della democrazia”. Non si offenderebbe la Costituzione se si stesse attenti al buon senso.
In sintesi la legge in questione “tutela” una parte soltanto (meglio, privilegia).
Sostiene il costituzionalista Michele Ainis: “Se ai P.M. viene sostanzialmente impedito il lavoro di investigazione, i giornali non avranno più nulla da riassumere. Del resto non è il solo aspetto irrazionale della legge. C’è per esempio la metamorfosi dei quotidiani in libri di storia, giacchè l’informazione dettagliata potrà essere pubblicata soltanto dopo l’udienza preliminare e quindi dopo vari anni dall’arresto. C’è il divieto di intercettare quando l’ascolto è utile e il permesso quando è inutile. E c’è in conclusione l’oscuramento del buon senso: vietato intercettarlo”.
La Repubblica Italiana con la sua Costituzione è nelle mani dei “custodi della città” cioè i cittadini, è nostra e guai chi ce la tocca. “Chi tocca i fili, muore”.
gli internauti di Eremos
il giorno 2 giugno inviino gli auguri di
“buon compleanno Repubblica Italiana”
al Quirinale
don Carlo
https://servizi.quirinale.it/webmail/
|
|
| 27 gennaio 1945 -2010 60 anni |
| 27 gennaio 1945 -2010 65 anni
"NB per una lettura migliore e per la visione fotografica vi invito a scarirare il file presente nell'area download sezione Politica nominato: 27 gennaio 1945 -2010 60 anni."
Potrei, banalmente, scrivendo all’amico Eremos, sottoscrivere questo assunto se non esplicito, sicuramente nella cultura dominante: “La memoria inutile”. Aggiungerei: se non diventa “memorial”, cioè l’oggi di sempre.
La memoria, che non è mai in Italia musica di fondo della realtà socio-politica degli apparati di potere, come invece fu nelle nazioni che con tenacia lavorarono sul proprio passato (Germania e Sud Africa), unendo la sete di verità al bisogno di riconciliazione, è raramente trattata da chi di dovere: giornalisti, pseudo politici, insegnanti che si fermano a metà strada, media che si auto convincono di essere storici: “è arrivato il momento di guardare alle vicende di Craxi con gli occhi della storia” (editoriale del direttore del Tg1).
La verità storica non è opinabile ed è sempre parziale, perché la ricerca testimoniale di fonti scritte e orali, è raramente trattata a tutti i livelli, come qualcosa che aiuta a capire, perché un male è nato, perché si perpetua, mutando forma, perché i rimedi non l’hanno curato, ma anzi aggravato. La memoria “italiana” rischiara poco il passato e per nulla il presente: è una memoria “ancillare” e quasi sempre “emiplegica”. “Ancillare”, perché asservita a questa o quella “lobby”, oltre che a effimere contingenze. “Emiplegica” (dal Dovoto-Oli: ‹‹paralisi della metà destra o sinistra del corpo, dovuta a lesioni organiche delle vie motrici intracerebrali, o a meccanismo psicogeno››), perché chi la strumentalizza fa salire in superficie solo i frammenti di passato, che gli permettono di evitare, e tradire, l’esame di coscienza. Come nel malato emiplegico, una parte della memoria storica resta immersa in un sonno buio e afasico, che consente ai ricordi di restare selettivi e che impedisce il giudizio storico.
Verso la storia, parecchi politici e non, hanno uno strano atteggiamento: da una parte ammettono che non possono scriverla loro (meno male !!!), essendo troppo coinvolti nel presente. Dall’altra pretendono di dirigerla in prima persona, fingendo olimpiche distanze, che non possiedono.
La memoria è frutto di un lavoro faticoso, senza predeterminazioni, alla ricerca di fatti così come sono accaduti e non come si vorrebbe fossero. Si chiama memoria critica, che guarisce trasformandoci e non viceversa. In una intervista del 1992, alla domanda del perché la crisi del sistema, Craxi rispose: “non ci sono più ideali, si gestiscono interessi”. Oggi, gli interessi particolari sono diventati ideali e il loro conflitto con la politica una cosa normale per tanti.
Oggi censurare il passato è di vitale importanza per il “Potere del Palazzo”. Se è il duello tra vincitori e vinti, e non tra buongoverno e governo corruttibile, si tratta di contrattaccare e vincere finalmente.
Mi pare che la memoria in Italia serva a questo: a perpetuare la melma in cui ci troviamo, senza mai cominciare l’esame di coscienza che da essa ci libererebbe.
E’ una lunga (forse troppo) premessa per introdurmi al senso della memoria del 27 gennaio 1945. Dal Devoto-Oli: “Memoria: la funzione psichica di riprodurre nella mente l’esperienza passata (immagini, sensazioni, nozioni), di riconoscerla come tale e di localizzarla nello spazio e nel tempo”.
“Riprodurre immagini, sensazioni, nozioni”, vorrei riuscirvi attraverso esperienze dirette di alcuni studenti che si sono recati ad Auschwitz-Birkenau con il “Treno della memoria”, giunto quest’anno alla sua quinta edizione.
Prendo da un inserto del “Corriere della Sera” della scorsa settimana:
SMM Short
Memory
Message
Ci sono immagini che gli studenti hanno riprodotto, come lampi di consapevolezza, nei cartelli fotografati da Piero Cavagna e Matteo Rensi.
Prima di riprodurli in sequenza, trascrivo le parole di Maria Vittoria, una delle migliaia di giovani del “Treno della memoria”.
“””Come fai a stare in silenzio dentro Auschwitz-Birkenau? Io volevo urlare. A stare in fila, uno dietro l’altro, senza poterti fermare a guardare di più, a pensare? Senza respirare i tuoi tempi ma accontentandoti di quelli che ti danno gli altri? Un’esperienza stravolgente, ma non è questa la mia idea di museo e di Memoria: lo stesso uguale pacchetto con la testimonianza, le letture, il pianto, la commemorazione e la condivisione obbligata.
Mi hanno chiesto di scrivere su un braccialetto di garza il nome di una persona che ad Auschwitz è stata deportata e ci è morta e di portarla con me per tutta la giornata. Io ho detto no.
Perché ancora una selezione: fila destra o fila sinistra, dentro o fuori, vita o morte un’altra volta? Cosa avrei fatto io allora? Non lo so.
Non so nemmeno come mi comporterei adesso se dovesse succedere di nuovo. Siamo coinvolti tutti? Sempre? Sto sforzandomi di credere nella fatica per andare al centro delle cose, nell’impegno a definire quello che faccio e il suo senso per me e per la collettività, nello studio, necessario per capire”””.
(= memoria storica critica ed esame di coscienza collettivo: la memoria così intesa non è inutile, anzi !).
don Carlo
|
|
| Bisogna avere il coraggio di esporsi. |
| In molti quotidiani vige il divieto di pubblicare lettere anonime.
Noi non siamo tra questi ma vorrei dire e suggerire all'autore anonimo di oggi che se vuole dare un minimo di peso specifico alle sue parole farebbe bene la prossima volta a firmarsi ed esporsi in prima persona come è costume fare nel nostro piccolo ma grandissimo blog.
Claudio
ps comunque pubblicherò anche gli autori anonimi. |
|
| Crocefisso. |
| Ci sono dei giorni che sembra andare tutto storto, anzi va proprio tutto storto.
Allora l'impeto, l'impulso, la "bestia" che c'è in me mi spingerebbe al gesto di rabbia.
Verso il collega di lavoro, verso il cliente e perchè no anche moglie e figli......tutti a sopportare la mia ira....
Ma se alzo gli occhi e "ricevo" lo sguardo di Cristo in Croce che è in bella mostra qua nel nostro capannone (ma se non fosse lì appeso a me non cambierebbe nulla) e ci accompagna in ogni giorno....bhè allora dico se sopporto, soffro un pò e riesco a farmi carico anch'io delle pene che Egli ha sopportato per tuttti noi riuscirò a trovare la forza per dare un senso anche alle giornate più buie e tristi.
Anche dare il lavoro a tutti e fare ricorso il meno possibile alla cassa integrazione per non togliere neanche un sorriso ai miei operai è una lotta, in questi tempi quasi una sofferenza.
Fin da piccolo ho sempre dedicato le mie sofferenze a Cristo e come il Pettirosso vorrei riuscire a togliere dal Suo capo una spina e portarla un pò anch'io.
Non dobbiamo vergognarci di essere Cristiani. In fondo ricevere l'impulso e scrivere di getto queste righe mi fanno volare molto in alto e della rabbia iniziale ora non c'è più traccia.
|
|
| CRUCIFIGE |
| ASTER–IX a EREMOS
“ CRUCIFIGE ”
ASTERISCHI
Sono stato svegliato di soprassalto, dopo un lungo letargo di tre anni e più: non riprendevo più sonno. Dovevo sgravarmi di un enorme macigno, che, per legge di gravità schiacciava sempre più, come il bambino in spalla a Cristoforo. Oltre a tale onere, un urlo sprezzante arrivava ai miei pagani orecchi: “hanno crocifisso un’altra volta il Crocifisso”. E’ mai possibile suppliziare due volte lo stesso condannato? Così va il mondo nel quale sono riemerso!
Lo stesso sonno di Kant fu rotto dal grido improvviso nel 1789: la Rivoluzione francese, in modo fragoroso, stava per impiantarsi nel Continente.
Mi domandai se il crocifisso, di cui si vocifera, è con la “C” maiuscola, o con la “c” minuscola. Non è solo un enigma di ortografia, ma è sostanza.
Ancor più mi ha risvegliato l’affermazione apodittica di Mark Travaglio (è travagliato da che cosa?). Udite, udite: “Oggi i peggiori nemici del crocifisso sono proprio i chierici. E i clericali”. Forse sono ancora quelli del sinedrio, che incitarono il popolo a sfidare il potere romano: “crucifige!”. Eppure lui, Mark, è informato dei fatti!
Tutto questo travaglio è esploso nel mio corpo (anche anima?). Mi sono risoluto di informarmi per non ulteriormente intorbidare lo smog che inquina le coscienze dei benpensanti. Ho “spigolato” qua e là sulle vostre fonti di informazione ed espongo brevemente quanto è codificato e quanto invece è pura propaganda dei “parassiti del credere”.
• Dal 1949 (non ho sbagliato data) esiste il Consiglio d’Europa, al quale aderiscono oggi 47 Stati (tutto il Vecchio Continente), che hanno firmato la “Convenzione sui diritti dell’uomo”. Per dirimere tutte le violazioni, il Consiglio si è dotato di una apposita commissione, costituita da un membro di ciascuno Stato e che funziona come un vero tribunale.
• Alla Corte, che ha sede a Strasburgo, possono rivolgersi sia gli Stati, sia i cittadini (singoli o associazioni). Essa è divisa in quattro sezioni. All’interno viene costituita una Camera di sette membri ciascuna. La decisione presa da ciascuna Camera costituisce sentenza di primo grado, alla quale si può rivolgere appello. In questo caso il giudizio di secondo grado (che è definitivo) viene preso dalla “Gran Camera” (17 membri).
• La sentenza sul crocifisso (minuscolo) muove da un esposto di una famiglia italo-finlandese. Una Camera ha dato ragione alla famiglia. Lo Stato può ricorrere presso la Gran Camera. Se il secondo grado è come il primo, l’Italia dovrebbe cambiare la norma incriminata.
• Non c’è una legge che impone il crocifisso nei luoghi pubblici. Ci fosse stata, la risoluzione dipendeva dalla giurisprudenza italiana, fino alla Corte Costituzionale. Non essendo legge dello Stato … Il crocifisso nelle scuole italiane è presente solo in ragione di un regolamento amministrativo (Ministero d’istruzione) e relativo all’arredo scolastico. Esso dice che in un’aula scolastica ci devono essere tot banchi, tot sedie, una cattedra, una lavagna … e il crocifisso. La prima norma, che prescrive l’affissione del crocifisso a scuola, è del 1857 (Regno di Sardegna); specificazioni ulteriori nel 1927 (5° anno del fascismo); in tempi recenti, una circolare del 1967, che ribadisce tra l’altro la presenza del crocifisso.
• I vari ricorsi presso la giustizia amministrativa e perfino quella di Cassazione, restano al “palo”. Nel 2004 ne è stata investita la Corte Costituzionale, che non ha ritenuto di esprimersi in merito, perché si trattava di “materia regolamentare”.
• Il “Concordato” non c’entra. Il regolamento è precedente al 1929 (Patti Lateranensi); esso non è stato regolamentato neppure nella revisione del Concordato (1984).
• Cosa può accadere ora che il “dado è tratto”? Il ministero competente può cambiare regolamento (sic! coi tempi che corrono). La Corte europea non può costringere (non ne ha “la forza” politica); già altre sue sentenze hanno trovato orecchie di mercante (tanto rumore per nulla, si può dire; ma tale rumore ha generato in me un grande groviglio e travaglio).
Il crocifisso è un pezzo d’arredamento (per lo Stato italiano) dell’aula scolastica, come la carta geografica, la fotografia del Presidente della Repubblica, o di qualche magnate dell’unità d’Italia. Se il crocifisso è un segno religioso specifico, nella vostra Italia, allora si crea il travaglio tra gli atei devoti, gli agnostici devoti in politica, e il clericali più tradizionalisti. Chi rimuove dallo spazio pubblico scolastico il segno della fede cristiana non è una persona intollerante, insofferente, addirittura carica di astio contro il cristianesimo: la “Cristianofobia”. Lo stesso vale per l’accusa di rinnegare la tradizione popolare italiana. Qualcuno della vostra nazione non esita a parlare del Crocifisso come di una componente simbolica dell’italianità. Il crocifisso diventa il muro nuovo che gli italiano vogliono costruire. ( N.B. – Sto scarabocchiando questi asterischi nel giorno ventennale della caduta del muro di Berlino).
San Paolo, quello che voi avete celebrato l’anno scorso, afferma “ … Colui che ha fatto dei due un popolo solo,
abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia, annullando, per mezzo della sua carne (non con materia inorganica) la legge fatta di prescrizione e di decreti;
per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace,
e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce,
distruggendo in se stesso l’inimicizia” (Ef 2, 14-16)
“Vi esorto pertanto, fratelli, … ad essere unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi” (1 Cor 1,10)
“Noi predichiamo Cristo crocifisso (1 Cor 1,23)
“Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso” (1 Cor 2-3)
Dirà in altra parte : “per me vivere è Cristo” (Fil 1,21).
Il vostro San Paolo potrebbe anche oggi affermare: “noi stolti a causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti, voi onorati, noi disprezzati.
Perciò, o miei cari, fuggite l’idolatria” (1 Cor 10,14).
Questo comando richiama: “non avrete altri dei all’infuori di me” (Es 20,3).
Che cosa vuole il Dio degli ebrei e dei cristiani?
Isaia 58: “Questo è il digiuno che io voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi …., dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo …, allora la tua luce sorgerà come l’aurora” (vv 6-8).
Così il Salmo 82: “Difendete il debole, l’orfano, al misero e al povero fate giustizia. Salvate il debole e l’indigente, liberatelo dalla mano degli empi” (vv 3-4).
Ho intravvisto nel futuro ciò che in nome della croce (e il crocifisso dov’era?) sarebbe accaduto: conversione coatta al Cristianesimo (Carlo Magno e i Sassoni), le crociate (Dio lo vuole!), i roghi e le streghe costrette a baciare il crocifisso (Giovanna d’Arco), le croci uncinate (“Got mit uns”), la collina delle croci in Lettonia.
Ho riflettuto sulle affermazioni di Raniero La Valle, un vostro insigne cristiano: “Non credo che quello che oggi manca in Italia sia il riaccendersi di un conflitto religioso, di una guerra ideologica. Certo al governo piacerebbe, perché sarebbe ancora un altro modo per dirottare l’attenzione, per restare esente dal giudizio sul disastro prodotto dalle sue politiche reali. Se dovessi dire come procedere, direi che lo Stato smetta di imporre alle scuole il crocifisso, e non impugni Strasburgo; che la Chiesa non ne rivendichi l’obbligo, tanto meno come simbolo d’identità e di radici, piuttosto che come simbolo di salvezza, e per ottenerlo non corra nelle braccia del governo; e che con buon senso, secondo le tradizioni e le esigenze dei luoghi, si trovi un consenso tra genitori, alunni e maestri, sul lasciare o togliere la croce. L’ultima cosa che vorrebbe quel Dio schiavo che vi si trova appeso, è di portare l’inquietudine, l’inimicizia e lo scontro nei luoghi dove una generazione sta scegliendo, e forse solo subendo, il suo futuro”.
A conclusione, riporto a memoria ciò che disse don Primo Mazzolari (parroco della Bassa) a proposito del presepio: continuando ad adorare i gesù bambini di gesso (o di altro materiale inorganico) si finisce con il dimenticare i bambini in carne ed ossa (i poveri Cristi!).
Anche un noto vostro politico afferma: “Se non difendiamo i nostri valori e la nostra storia, ci sveglieremo domani mattina senza poter più festeggiare il Natale (di chi, caro onorevole?), perché urta la sensibilità di qualcuno”.
Sarà! Ma Cristo ha detto: “Cristus heri, hodie et semper”.
Vi auguro un Santo Natale liturgico di Cristo e un anno 2010 che veda, almeno per voi cristiani, i credenti in Gesù vivere nel loro intimo e in pubblico, ciò che Cristo disse e operò: Le parti avverse non “prevalebunt” (Mt 17-18).
Aster-ix
|
|
| Povero Cristo! |
| Povero Cristo!
di Paolo Farinella, prete
I giornali del giorno 5 novembre 2009, riportano la foto di Berlusconi che tiene in mano un Crocifisso, abbastanza grande. Le cronache dicono che glielo abbia dato il prete di Fossa, nell’ambito della consegna delle case. Se c’è una immagine blasfema è appunto questa: colui che ha varato una legge incivile contro i «cristi immigrati», che parla di «difesa dei valori cristiani». Un prete che consegna il crocifisso a Berlusconi è uno spergiuro come e peggio di lui. Povero Cristo! Difeso da una massa di ladroni che non solo lo beffeggiano, ma lo crocifiggono di nuovo con la benedizione del Vaticano, che per bocca del suo esimio segretario di Stato, ringrazia il governo per il ricorso che presenterà alla Corte di appello di Strasburgo.
Possiamo dire che c’è una nuova «Compagnia di Gesù» fatta di corrotti, di corruttori, di ladri, di evasori, di mafiosi, di alti prelati còrrei di blasfemìa e di indecenza, di atei opportunisti, di cultori di valori e radic(ch)i(o) cristiani … chi prepara la croce, chi le fune, chi i chiodi, chi le spine, chi l’aceto … e i sommi sacerdoti a fare spettacolo ad applaudire. Intanto sul «povero Cristo» di nome Stefano Cucchi, morto per mancanza di «nutrizione e idratazione», da nessuno è venuta una parola di condanna verso i colpevoli di omicidio, nemmeno dai monsignori che hanno gridato «assassino» al papà di Eluana Englaro.
Povero Cristo, difeso dai preti come suppellettile e raccoglitore di polvere nei luoghi pubblici e da tutti dimenticato come Uomo-Dio che accoglie tutti e dichiara che sono beati i poveri, i miti, coloro che piangono, i costruttori di pace, i perseguitati, gli affamati! Povero Cristo, difeso dagli adoratori del dio Po e di Odino che ne fanno un segno di civiltà, mentre lasciano morire di fame e di freddo poveri sventurati in cerca di uno scampolo di vita. Povero Cristo, difeso dalla “ministra” Gelmini che trasforma il Crocifisso in un pezzo di tradizione “de noantri”, esattamente come la pizza, il pecorino, i tortellini. Povero Cristo, difeso da Bertone che lo mette sullo stesso piano delle zucche traforate.
Povero Cristo! Gli tocca ringraziare la Corte di Strasburgo, l’unica che si sia alzata in piedi per difenderlo dagli insulti di chi fa finta di onorarlo. Signore, pietà!
Guardando a quel Cristo che è il senso della mia vita di uomo e di prete, ho la netta sensazione che dalla sua comoda posizione di inchiodato alla croce, dica: Beati voi, difensori d’ufficio... beati voi che ho i piedi inchiodati, perché se fossi libero, un calcio ben assestato non ve lo leverebbe nessuno.
|
|
| Don Paolo Farinella a Silvio Berlusconi |
| Ricevo questa lettera e la pubblico.
Per poterla leggere in formato world e potersi collegare ai link vi invito ad accedere all'area download-sevione POLITICA- e scaricare il file:
Don Paolo Farinella a Silvio Berlusconi
un cordiale saluto a tutti
Claudio
-----------------------------------------------------------
------------------------------------------------------------
Don Paolo Farinella a Silvio Berlusconi: Lettera di ripudio
Condividi
Ieri alle 19.12
Sig. Presidente «pro tempore»
del Consiglio dei Ministri
Silvio Berlusconi,
Palazzo Chigi
00100 Roma
Lettera di ripudio
Il mio nome è Paolo Farinella, prete della Chiesa cattolica residente nella diocesi di Genova. Come cittadino della Repubblica Italiana, riconosco la legittimità formale del suo governo, pur pensando che lei abbia manipolato l’adesione della maggioranza dei pensionati e delle casalinghe che si formano un’idea di voto solo attraverso le tv, di cui lei ha fatto un uso spregiudicato e illegittimo. Lei in Italia possiede tre tv e comanda quelle pubbliche nelle quali ha piazzato uomini della sua azienda o a lei devoti e proni. Nel mese di agosto 2009 ha inaugurato una nuova tv africana, Nessma, a cui ha fatto pubblicità sfruttando illecitamente la sua posizione di presidente del consiglio e dove ha detto il contrario di quello che opera in politica e con le leggi varate dal suo governo in materi di immigrazione. Se lei è pronto a smentire, come è suo solito, ecco, si guardi il seguente filmato e giudichi da lei perché potrebbe trattarsi di Veronica Lario travestita da lei:
< http://www.youtube.com/watch?v=Se3yqycsMyg&feature=video_response >.
Faccia vedere il video ai suoi amici leghisti e nel frattempo ascolti cosa dice il sindaco di Treviso, lo sceriffo Giancarlo Gentilini del partito di Bossi, ad un raduno del suo partito xenofobo dove ha esposto «Il vangelo secondo Gentilini» con chiarezza diabolica: «Voglio la rivoluzione contro gli extracomunitari … Voglio la rivoluzione contro i bambini degli immigrati … Ho distrutto due campi di nomadi e ne vado orgoglioso. Voglio la rivoluzione contro coloro che vogliono le moschee: i musulmani se vogliono pregare devono andare nel deserto, ecc. ecc. Questo è il Vangelo secondo Giancarlo Gentilini (sindaco di Treviso): “Tutto a noi e se avanza qualcosa agli altri, ma non avanzerà niente”». Questo il link con la sua voce in diretta; si prepari ad ascoltare il demonio in persona:
< http://www.youtube.com/watch?v=_WCZNQJkV3E&feature=related >.
Legittimità elettorale e dignità etica
Riconoscere la legittimità del suo governo, con riserva etico-giuridica, non significa riconoscere anche la sua legittimità morale a governare il Paese perché lei non ha alcuna cultura dello Stato e delle sue Istituzioni, ma solo quella di difendere se stesso dalla Giustizia e i suoi interessi patrimoniali che sotto i suoi governi prosperano alacremente. Il conflitto di interessi pesa come un macigno sulla Nazione e la sua economia, ma lei è bravo ad imbrogliare le carte, facendolo derubricare nella coscienza della maggioranza che ne paga le conseguenze economiche e democratiche. Cornuti e mazziati dicono a Napoli.
Quando la sua maggioranza si sveglierà dall’oppio che lei ha diffuso a piene mani sarà troppo tardi e intanto il Paese paga il conto dei suoi avvocati, nominati da lei senatori, cioè stipendiati con soldi pubblici. Allo stesso modo stiamo pagando i condoni fiscali che lei si è fatto su misura sua e della sua azienda, sottraendo denaro al popolo italiano. In morale questo viene definito come doppio furto.
Da quando lei «è sceso in campo», l’Italia ha iniziato un degrado inesorabile e costante che perdura ancora oggi, codificato nel termine «berlusconismo» che è la sintesi delle maledizioni che hanno colpito l’Italia sia sul piano economico (mai l’economia è stata così disastrata come sotto i suoi governi), su quello sociale (mai si sono avuti tanti poveri, disoccupati e precari come sotto i suoi governi), e su quello civile (mai come sotto i suoi governi è sorta la categoria del «nemico» da odiare e da abbattere). Lei, infatti, usa la menzogna come verità e la calunnia come metodo, presentandosi come modello di furbizia e di utilizzatore finale di leggi immorali e antidemocratiche come tutte quelle «ad personam».
Nei confronti dell’ultima illegalità, che grida giustizia al cospetto di Dio, il decreto 733-B/2009, che segna una pietra miliare nel cammino di inciviltà e di negazione di quelle radici cristiane di cui la sua maggioranza ama fare i gargarismi, sappia che siamo cento, mille, diecimila, milioni che faremo obiezione di coscienza all’ignobile e illegale decreto, pomposamente detto «decreto sicurezza»: diventeremo tutti clandestini e sostenitori dei cittadini di altri Paesi, specialmente africani, in quanto «persone», anche se clandestini, a costo della nostra vita. Dobbiamo ubbidire alla nostra coscienza piuttosto che alle sue leggi razziali e disumane. La legge che definisce l’immigrazione come illegalità è un insulto a tutte le Carte internazioni e nazionali sui «diritti», un vulnus alla dottrina sociale della Chiesa e colloca l’Italia tra le nazioni responsabili delle stragi degli innocenti, perseguitati e titolari del diritto di asilo.
Essere «alto» ed essere »grande»
Lei non è e non sarà mai uno «statista» se sente il bisogno di fare vedere alle sue donnine i filmati che lo ritraggono tra i «grandi». Per essere «grande», non basta rialzare le suole delle scarpe, ma occorre avere una visione oltre se stesso, una visione «politica» che a lei è estranea del tutto, incapace come è di vedere oltre i suoi interessi. Per potere emergere dallo squallore in cui lei è maestro, ha profuso a piene mani il virus dell’antipolitica, il qualunquismo populista, trasformando la «polis» da luogo di convergenza di ideali e di interessi a mercato di convenienza e di sopraffazione. Lei, da esperto di vecchio pelo, ha indotto i cittadini ad evadere il fisco che in uno Stato democratico è prevalentemente un dovere civile di solidarietà e per un cristiano un obbligo di coscienza perché strumento di condivisione per servizi essenziali alla corretta e ordinata convivenza civile e sociale. Durante il suo governo le tasse sono aumentate perché incapace di porre un freno alla spesa pubblica che anzi galoppa come non si è mai visto. Non faccia confusione tra «essere alto» e «essere grande», come insegna Napoleone che lei ben volentieri scimmiotta, senza riuscire ad eguagliare l’ombra del dittatore.
Lei non può negare di essere stato piduista (tessera n. 1816) e forse di esserlo ancora, se come sembra, con il suo governo cerca di realizzare la strategia descritta nei documenti sequestrati al gran maestro Licio Gelli, a Castiglion Fibocchi (Comunicato Ansa del 17 marzo 1981 ore 12:18, da cui emerge il suo numero di tesserato; cf intervista di Licio Gelli su Repubblica.it del 28-09-2003).
La maledizione italiana
A lei nulla importa dei valori religiosi, etici e sociali, che usa come stracci a suo comodo esclusivo, senza esimere di vantarsi di essere ossequioso degli insegnamenti etici e sociali della Chiesa cattolica, di cui si è sempre servito per averne l’appoggio e il sostegno. Partecipa convinto al «Family-Day» in difesa della famiglia tradizionale, monogamica formata da maschio e femmina e poi ce lo ritroviamo con prostitute a pagamento che registrano la sua voce nel letto di Putin; oppure spogliarelliste che lei ha nominato ministre: è lecito chiedersi, in cambio di cosa? Come concilia questo suo comportamento con le sue dichiarazioni di adesione agli insegnamenti della Chiesa cattolica? La «corrispondenza d’amorosi sensi» tra lei, il Vaticano e la gerarchia cattolica è la maledizione piombata sull’Italia ed una delle cause del progressivo e costante allontanamento dalla Chiesa delle persone migliori. I prelati, come sempre nella storia, fanno gli affari loro e lei che di affari se ne intende si è lasciato usare ed ha usato senza scrupoli offrendo la sua collaborazione e cercando quella della cosiddetta «finanza cattolica» legata a doppia mandata con il Vaticano. Se volesse avere la documentazione si legga il molto istruttivo saggio di Ferruccio Pinotti e Udo Gümpel, «L’unto del Signore», BUR, Rizzoli, Milano 2009.
Gli ecclesiastici, da perfetti «uomini di mondo, hanno capito che con lei al governo potevano imporre al parlamento leggi e decreti di loro interesse, utilizzandolo quindi come braccio secolare. Per questo obiettivo, devono però rinunciare alla loro religiosità e adeguarsi alla paganità del potere che esige la contropartita. Lei, infatti, è sostenuto dall’Opus Dei, da Comunione e Liberazione e da tutte le organizzazioni e sètte cattoliche che si lasciano manovrare a piacimento con lo spauracchio dei «comunisti» e con l’odore satanico dei soldi.
Il Vaticano e i vescovi, non essendo profeti, ma esercenti gestori di una ditta pagana, non hanno saputo o voluto cogliere le conseguenze nefaste che sarebbero derivate al Paese da questo connubio incestuoso; di fatto sono caduti nella trappola che essi stessi e lei avevate preparato. L’incidente di Vittorio Feltri, da lei, tramite la famiglia, nominato direttore del suo «Il Giornale» con cui uccide sulla pubblica piazza Dino Boffo, direttore di «Avvenire» portavoce della Cei, va oltre le vostre intenzioni e come un granellino di sabbia inceppa il motore. Oppure, secondo l’altra vulgata, tutto sarebbe stato progettato da lei e Bertone per permettere a questi di mettere le mani sulla Cei e a lei di fare tacere un sussurro appena modulato di critica sui suoi comportamenti disgustosi. Senza volersi arrampicare sugli specchi forse si è verificato un combinato disposto, non nei tempi e nelle forme da voi progettato.
Il giorno 7 agosto 2009, in un colloquio riservato con il cardinale Angelo Bagnasco, lo misi in guardia: «Stia attento – gli dissi – e si prepari alla guerra d’autunno perché con la nomina di Feltri al Giornale di Berlusconi (20-07-2009), la guerra sarà totale e senza esclusione di colpi. Berlusconi non può rispondere alle domande di la Repubblica e non può andare in tv a dare spiegazioni. Può continuare a negare sulle piazze per gli allocchi, ma nemmeno lui, menzognero di professione potrebbe negare davanti a domande precise e contestazioni puntuali. Per questo non lo farà mai, tanto meno in Parlamento. Non ha che un mezzo: sguazzare nel fango facendolo schizzare su tutti e su tutto, in base al principio che se tutto è infangato, nessuno è infangato». Il cardinale mi guardò come stupito e incredulo, reputando impossibile la mia previsione. Credo che ora si morda le labbra.
Eppure credo anche che lei sia finito: per la finanza internazionale e per gli interessi di coloro che lo hanno sostenuto, Vaticano compreso, lei ora è ingombrante e impresentabile e deve essere sostituito, ma lei non cadrà indenne, farà più danni che potrà, un nuovo Sansone in miniatura. Lei sa che deve andarsene, ma sa anche che passerà alla storia non come quel «grande, immenso» presidente che è stato lei, ma come «l’utilizzatore finale di prostitute che altri pagavano per conto suo». Non c’è che dire: lei è un grande in bassezza e amoralità.
Spergiuro
Nella trappola non è caduto il popolo di Dio, formato da «cristiani adulti» che tanto dispiacciano al papa «pro tempore» Benedetto XVI: lei non potrà mai manipolarli come non potrà mai possedere le coscienze dei non credenti austeri, cultori della laicità dello Stato che lei vilipende e svende, sempre e comunque, per suo inverecondo interesse. Lei ha la presunzione ossessiva di definirsi liberale, ma non sa cosa sia il liberismo, mentre è l’ultima caricatura di promettente e decadente comunista sovietico di stampo breshnieviano, capace di usare il popolo per affermare la propria ingordigia patologica di potere. D’altronde il suo amico per la pelle non è l’ex «kgb» Vladimir Vladimirovic Putin, nella cui dacia è ospitato secondo la migliore tradizione comunista italiana?
Dal punto di vista della morale cattolica, lei è uno spergiuro perché ha giurato sulla testa dei suoi figli, senza pudore e alcuni giorni dopo il «ratto di Noemi», ha dato dello stesso fatto diverse versioni differenti, condannando se stesso e la testa dei suoi figli alla pena dello spergiuro che già Cicerone condannava con la «rovina» e l’esposizione all’umana infamia: «Periurii poena divina exitium, humana dedecus – La pena divina dello spergiuro è la rovina e l’infamia/il disprezzo degli uomini» (De legibus, II, 10, 23; cf anche De officis, III, 29, 104;in Cicerone, Opere politiche e filosofiche, a c. di Leonardo Ferrero e Nevio Zorzetti, vol. I, UTET, Torino, 1974, risp. p. 489 e p. 823). Anche il Diritto Canonico, per sua informazione, riserva allo spergiuro «una giusta pena» (CJC, can. 1368), demandata all’Autorità, in questo caso il papa, che avrebbe dovuto comminarle la pena canonica, invece di indirizzarle una lettera diplomatica per il g8 e i suoi «deferenti saluti». Non ci può essere deferenza, tanto meno papale, per un uomo che ha toccato il fondo della dignità politica e morale.
Gli ultimi fatti di Villa Certosa e Palazzo Grazioli hanno sprofondato lei (non era difficile), ma anche l’Istituto Presidenza del Consiglio in un letamaio senza precedenti. Mai l’Italia è stata derisa nel mondo intero (ormai da quattro mesi continui) a causa di un suo presidente del consiglio che, su denuncia della moglie, frequenta le minorenni e sempre per ammissione della moglie che lo frequenta da oltre trent’anni, per cui si presume lo conosca bene, è malato e come un dio d’altri tempi esige per la sua perversione, sacrifici di giovani vergini per nascondere a se stesso i problemi del tempo che inesorabilmente passa, nonostante il trucco abbondante.
Affari privati o deriva di Stato?
Lei dice di volere difendere la sua privacy, ma non c’è privacy per uno che ha portato i suoi fatti «privati» in tv attaccando indecorosamente la sua stessa moglie che ha intrapreso la strada del divorzio. Forse lei ha dimenticato che sull’immagine della sua «felice famiglia italiana» lei ha costruito se stesso e la sua fortuna politica ed economica. Lei si comporta per quello che è: uno spaccone che in piazza si vanta di tutto ciò che non ha mai fatto e poi pretende che nessuno ne parli. Se lei mette il segreto di Stato sulle sue ville, queste diventano ipso facto «affare politico» perché lei le usa anche per incontri istituzionali e quindi fanno parte dell’Istituzione della presidenza del consiglio. Lei non ha diritto alla vita privata, quando si comporta da uomo pubblico e promette carriere tv o posti in parlamento a donnine compiacenti che la sollazzano nel suo «privato». Non è lei che ha detto in una intercettazione, parlando con Saccà che «le donne più son cattoliche più son troie»? Può spiegare, di grazia, il significato di queste parole altamente religiose e rispettose delle donne e indicarci a chi si riferiva? C’entrano le due donne che siedono nel suo governo e che si vantano di essere cattoliche: la Carfagna e la Gelmini?
Lei e suoi paraninfi continuate a dire che si tratta di questioni private senza rilevanza pubblica, sapendo di mentire ancora e senza pudore. Sarebbero affari privati se Silvio Berlusconi non fosse presidente del consiglio che alle donnine che gli accompagnano anche a pagamento, non promettesse incarichi in aziende pubbliche (tv) o posti in parlamento se non addirittura al governo. Vorrei chiederle per curiosità: quali sono i meriti e le benemerenze delle ministre Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini per essere assurte, non ancora quarantenni, a posti di rilievo nel suo governo? Perché Mara Carfagna posava nuda o la Gelmini prendeva l’abilitazione in Calabria?
Le sue ville sono ancora sotto la tutela del segreto di Stato e quindi guardate a vista da polizia, carabinieri, esercito? A spese di chi? Può ancora dire che sono residenze private? Fu lei in persona ad andare dal suo devoto suddito Bruno Vespa a rispondere pubblicamente a suo moglie, Veronica Lario, rendendo pubblici i fatti che la riguardavano e attaccando sua moglie senza alcuna pietà, facendo pubblicare dal suo «killer mediatico» le foto di sua moglie a seno nudo di quando faceva l’attrice. Non credo che lei possa dire che le sue vicende sono private perché ci riguardano tutti, come cittadini e come suoi «sovrani» costituzionali perché una cosa è certa: noi non abdicheremo mai alla nostra dignità di cittadini sovrani figli orgogliosi della nostra insuperabile Costituzione. Noi non permetteremo mai che lei diventi il «padrone» della nostra dignità.
Per lei è cominciato l’inizio della fine perché il suo declino è iniziato nel momento stesso in cui è andato nella tv di Stato compiacente e, senza contraddittorio, alla presenza del solo cerimoniere e maggiordomo fidato, ha cominciato a farfugliare bugie, contraddizioni, falsità che non hanno retto l’urto dei fatti crudi. Se lei fosse onesto, anche solo per una parte infinitesimale, dovrebbe rassegnare le dimissioni, come aveva promesso nel suddetto, compiacente recital.
Strategie convergenti
Lei può fare affari col Vaticano e chiudere nel cassetto morale e dignità, ma sappia che il Vaticano non è la Chiesa, per nostra fortuna e per sua e vostra disgrazia. Noi, uomini e donne semplici, vogliamo onorare e difendere la nostra dignità e la nostra fede, contro ogni tentativo di manipolazione e di incesto tra altare e politica. Purtroppo lei, supportato da parte della gerarchia, ha fatto scadere la «politica» da arte a servizio del bene comune a mercimonio di malaffare e a sentina maleodorante. Le istituzioni cattoliche che lo hanno appoggiato ne portano, con lei, la responsabilità morale, in base al principio giuridico della complicità.
Strana accoppiata: i difensori della moralità ufficiale, costretti a tacere per mesi di fronte a comportamenti indegni e a leggi inique, perché lautamente ricompensati o in vista della mancia promessa. Trattasi solo di un baratto di cui i responsabili dovranno rendere conto. I vescovi hanno ritrovato la parola quando si sono visti attaccare, inaspettatamente, da lei con avvertimenti di stampo mafioso (per interposta persona). La gerarchia, in genere felpata e compassata, in questo frangente è risorta come un sol uomo, arruolando anche il papa alla bisogna, ma cogliendo anche l’occasione per dare corpo alle vendette interne e regolare i conti tra ruiniani e bertoniani. Come insegna l’amabile Andreotti «la vendetta è un piatto che si gusta freddo». Strategie convergenti che hanno sprigionato il disgusto del popolo cattolico e dei cittadini che ancora pensano con la propria testa.
Ripudio
Io, Paolo Farinella, prete mi vergogno della sua presidenza, per me e la mia Nazione e, mi creda, in Italia siamo la maggioranza che non è quella elettorale, ottenuta da una «legge porcata» che ben esprime l’identità della sua maggioranza e del governo e di lei che lo presiede (o lo possiede?). Lei potrà avere il sostegno del Vaticano (uno Stato estero) e della Cei che con il loro silenzio e le loro arti diplomatiche condannano se stessi come complici di ingiustizia e di immoralità.
Per questi motivi, per quanto mi concerne in forza del mio diritto di cittadino sovrano, non voglio più essere rappresentato da lei in Italia e all’Estero, io la ripudio come politico e come presidente del consiglio: lei non può rappresentarmi né in Italia e tanto meno all’estero perché lei è la negazione evidente di tutto quello in cui credo e spero di vedere realizzato per il mio Paese. sia perché non mi rappresenta sia perché è indegno di rappresentare il buon nome dell’Italia seria, laboriosa e civile e legale che amo e per la quale lotto e impegno la mia vita. Non importa che lei abbia la maggioranza parlamentare, a me interessa molto di più che non abbia la mia coscienza
Io, Paolo Farinella, prete ripudio lei, Silvio Berlusconi, presidente pro tempore del consiglio dei ministri e tutto quello che rappresenta insieme a coloro che l’adulano, lo ingannano, lo manipolano e lo sorreggono: li/vi ripudio dal profondo del cuore. in nome della politica, dell’etica e della fede cattolica. La ripudio e prego Dio che liberi l’Italia dal flagello nefasto della sua presenza.
Genova 09 settembre 2009
Paolo Farinella, prete
|
|
|
|