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| A proposito di articolo 41 della Costituzione Italiana |
Luglio-agosto 2010
Sono “costituziopatico” perciò ritorno sull’argomento
A proposito di articolo 41 della Costituzione Italiana
• “Le diverse squadre e le nazioni / givano errando senza guida propria / per dare capo et ordine a ciascuno” (L.Ariosto). “Ogni corpo abbia la sua bandiera e la sua guida” (Machiavelli). “Inquieta Firenze per le smanie protagonistiche di chi proclamando amore della libertà, magari mira a sopprimerla per e pur di farsi capo e guida della città” (Machiavelli).
E’ l’eterno “capataz”, il “caudillo” caro ai porporati, “el conducador” applaudito dai centri di potere economico-industriale, è il “dux” che si appropria di indebite investiture divine, “autounto”, “autounzione”, “autoimbrillantinamento”.
Don Ferrante, di manzoniana memoria, nella cui declamata biblioteca fioriscono libri di storia, proclama: “La politica senza storia è uno che cammina senza guida”.
• Un lungo sproloquio il mio contro la protervia di chi si sente autorizzato a manomettere la “Guida” dell’Italia repubblicana. Questo mio intervento è il “continuum” di quello precedente e che vuole puntualizzare ciò che è descritto dall’art. 41, diversamente da come gli utilizzatori finali lo “interpretano”.
Vi è una ignoranza contagiosa di fondo, che mi richiama il 1919-1922. Vi è il venir meno di “guide” (Costituzione) intese come riferimenti culturali-legislativi” credibili, vi è soprattutto il proliferare di pifferai magici (ricordatevi il pifferaio magico che, attirando, come le sirene i marinai, porta i topi della città di Hamelin a inondarsi e sparire; così trionferanno i “gatti con gli stivali”), pifferai cui la debolezza culturale afasica della maggior parte della nostra società si affida con stupefacente facilità: “ciechi che guidano altri ciechi” (Mt 15,14)
La società è uscita “fuori dalla guida” (Costituzione), ma per la sua “rimessa in linea” si affida a violenti colpi di maglio, cioè a guide a cui si è ceduta la mente collettiva: passivi e inconsapevoli spettatori.
Invece di pifferai, uso anche l’immagine dei nostri giorni inondati di calcio (più parlato che giocato) dal Sud Africa: la “VUVUZELA”, che assorda le orecchie e obnubila le menti, ossessiva, assordante, monocorde, fastidiosa; è il rimbecillimento collettivo che porta a desiderare l’oggetto per il quale si prova un moto di ripulsa.
• Come qualche amico mi rimprovera, mi sono dilungato ancor più nella seconda premessa. Incurante di tale mio “peccato originale”, dovevo premettere le annotazioni precedenti per entrare in “medias res”: l’articolo 41.
La Carta Costituzionale è la carta di identità di un popolo. “Le Costituzioni esistono per creare attorno alla democrazia un muro, che la protegge dalla degenerazione, dal discredito, soprattutto dal dominio del popolo elettorale” (B.Spinelli)
La “Carta” elenca i tratti culturali, anziché quelli somatici. Se pochi la conoscono, significa che non si ha idea di ciò che siamo (“un volgo disperso”, anonimo, in balia del capo-popolo di turno, pronto o osannare e poi atterrare).
Peggio ancora: significa che ci si sente liberi di plasmare ogni mattina i connotati, senza preoccuparsi della fotografia scattata dai Costituenti (anzi, i padri fondatori sono accusati di “catto-comunismo”: errore storico madornale; tra essi vi erano Croce, Einaudi, Vittorio Emanuele Orlando, Corbino e tanti altri liberali. C’è un’insidia più grave dell’oblio: il falso ricordo, tanto più procurato con l’inganno).
L’art. 41 urge cambiarlo (18 giugno 1815 Waterloo, oggi 18 giugno 2010 si riunisce il Consiglio dei Ministri per “rivederlo”, cioè “abrogarlo”), disse qualche giorno fa il Ministro dell’Economia. Diversamente la libertà d’impresa rimarrà una chimera, ostaggio di uno Stato ficcanaso: applauso! Nessun sussulto di dignità costituzionale, invece di “nessun dorma”, tutti stiano nel loro torpore, nessuno li disturbi i guida-tori.
I cittadini/e avranno pensato che quella norma sia catto-comunista, cioè vergata di suo pugno da Stalin, che la Costituzione Italiana sia una copia fotostatica della Costituzione sovietica del 1936.
Chi vuole cambiare l’art. 41 sa bene cosa c’è scritto nei tre commi.
Primo comma: “L’iniziativa economica privata è libera”. Dunque, o stiamo consultando un testo apocrifo, oppure la libertà d’impresa è tra i valori collettivi. Più impresa libera di così!
Secondo comma: “Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” (BP nel Golfo del Messico, Tyssen a Torino, morti “bianche”, amianto con lo strascico del tumore alla pleura, coste devastate dall’abusivismo edilizio-turistico, greti dei fiumi escavati e franosi, esalazioni mefitiche, polveri sottili, …).
Dovremmo aggiungere al comma 2 che le imprese, d’ora in poi, saranno inutili e dannose, che gli industriali devono essere liberi di brevettare giocattoli pericolosi (vedi made in China), auto inquinanti, ecomostri, farmaci nocivi, trasformare le fabbriche in lager: è questo il “gluteo” in cui andrebbe a conficcarsi l’iniezione ri-costituente (l’abrogazione pura e semplice, così tutto costa meno!).
Terzo comma: “La legge determina i programmi e i controlli opportuni, perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.
Ritengo sì questo comma la finalità della revisione costituzionale. Se, come appare dalle dichiarazioni “autorevoli” anche da parte dell’OCSE e del garante Catricalà, si arriverà all’abrogazione, ognuno sarà autorizzato ad agire come gli sembra vantaggioso, svuotando il comma 2. Altrimenti sarebbe come predicare la sicurezza sulle strade licenziando in toto i vigili e i codici della strada. A meno che il problema non siano i “fini sociali”. Si sa che quando si sente menzionare “Fini” ci si “contorce” sulla sedia.
• L’articolo 41 non è che un alibi, uno schermo. Serve scaricare sulla Costituzione l’impotenza dei politici, per inaugurare una stagione nuova, con la conoscenza di principi non negoziabili, entro i quali rinnovare il corpo socio-economico-culturale dell’Italia nel mondo globalizzato.
Si dice che l’art. 41 taccia sulla libertà di concorrenza. Non è vero. L’Antitrust bene o male funziona dal 1990: è l’Autorità garante della concorrenza e del mercato. C’è l’art. 117 della Costituzione, che assegna alla legislazione dello Stato la “tutela della concorrenza”, così pure l’art. 118 (che è in procinto di essere cambiato: il cosiddetto federalismo, così, andrà “a farsi benedire”?).
C’è inoltre un fiume di norme europee – recepite nel nostro ordinamento legislativo – che a loro volta proteggono il libero mercato (concorrenza, senza monopoli e oligopoli).
Nella nostra (italiana) giurisprudenza costituzionale la “tutela della concorrenza” figura in 131 decisioni, il “libero mercato” in 44, la “libertà di iniziativa economica privata in 81.
Forse, dopo tutto questo, ciò che importa non è tanto la Costituzione (“morte della democrazia” è stata di recente definita da chi in essa ha giurato fedeltà: “spergiuro di Stato”) scritta, conta quella immaginata. Di fantasia occorre un bagaglio enorme, una quantità incommensurabile: i cosiddetti statisti più longevi che mai, ogni mattina riversano una parte della propria “bisaccia fantastica”. Giovambattista Vico affermava: “Tanto più la fantasia è robusta, quanto più debole è il raziocinio”. Si sa da antica data che “il sonno della ragione genera mostri”.
Dio salvi non la regina, ma la nostra Carta di identità, perché non sia sfregiata, resa carta straccia, cimelio storico di un mondo che fu.
P.S. – Ripropongo ciò che Massimo Gramellini scrisse in un “Buongiorno” di qualche mese fa. E’ una metafora per svegliarci dal “sonno della ragione”.
“”“Martina Maturana ha dodici anni, vive sull’isola di Robinson Crusoe, al largo della costa del Cile, e non dorme. Ha appena sentito tremare il materasso sotto la schiena.
Una vibrazione l’ha svegliata, ma neanche troppo.
Potrebbe tranquillamente girarsi dall’altra parte e ricominciare a dormire, come stanno facendo tutti gli altri seicento abitanti dell’isola di Juan Fernandez. Martina invece scende dal letto. Vuole capire. Scuote il padre poliziotto, rintanato sotto le coperte. “Cosa è stato, papà”. “Cosa è stato cosa? Niente, torna a letto”. Lei ci va, ma non riesce a prendere sonno. Allora, in punta di piedi, raggiunge la finestra, guarda in basso e vede. Vede ondeggiare le barche nella baia, al chiaro di luna. E capisce. “Lo tsunami!”. Si precipita in piazza e suona il gong. Adesso sono tutti svegli e corrono all’impazzata verso la cima dell’altura che domina l’isola.
Appena in tempo: nel volgere di qualche minuto un’onda gigantesca sommerge la baia, inonda la piazza, distrugge il municipio e le case circostanti. La bambina che non voleva dormire ha salvato la vita di tutti coloro che non volevano svegliarsi.
Ricordiamoci di lei, ogni volta che ci rassegniamo alle spiegazioni rassicuranti e rimuoviamo la realtà per non essere costretti ad affrontarla. Martina incarna lo spirito di ogni essere umano, com’era al momento della nascita e come dovrebbe essere sempre e invece non è quasi mai: presente a se stesso, capace di meravigliarsi. In una parola: vivo”””.
A chi se le permette, buone ferie “costituzionali”
don Carlo
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| V^ domenica dopo Pentecoste – 27 giugno 2010 |
V^ domenica dopo Pentecoste – 27 giugno 2010
“La Bibbia non è un pass-partout”
Lettura: Genesi 18, 1-2a. 16-33
Salmo 27 (28)
Epistola: Rm 4, 16-25
Vangelo: Lc 13, 23-29
❶ Il Vangelo di Luca racchiude la vita di Gesù, come un viaggio verso Gerusalemme.
Sa che la “porta è stretta”. La porta della città veniva chiusa al calar del sole. Per i ritardatari e per le urgenze c’era una piccola apertura accessibile a una persona per volta. La porta stretta è l’ultima occasione per quanti non entrarono dal portale d’ingresso.
La risposta di Gesù – prendendo questa pratica – al suo anonimo interlocutore, è la seguente: per entrare nel Regno e “salvarsi” è necessario passare per la porta del Vangelo, che è Gesù che si definisce: io sono la porta.
❷ Certamente è difficile incontrare oggi chi si domanda quanti sono quelli che si salvano (cioè entrano nel Regno-Paradiso). Sono molti di più, se non quasi tutti, quelli che si interrogano sul come investire i propri risparmi, sul come si può guadagnare di più, sul come divertirsi e mantenersi sani.
Il “tale” del Vangelo rivolge una domanda per noi anacronistica. Per Gesù no. Sembra, la sua, una non-risposta, o fuori tema, con tono pessimistico: un padrone senza pietà (nell’orto, una volta arrivato a Gerusalemme, si è sentito così solo e angosciato), che rifiuta l’ingresso nella sua casa, che dichiara per ben due volte: “non vi conosco”, “non so di dove siete”.
Certamente l’anonimo interrogante risente il clima del suo tempo; forse è desiderio sincero, forse curiosità, o una immagine distorta di Dio, ritenuto un notaio. La sua domanda può celare la pretesa di essere nel numero esclusivo di chi ha diritto alla ricompensa divina.
Gesù non è disponibile a tutto questo. Afferma che la salvezza si gioca nel giusto rapporto con la Sua persona, come Lui ha vissuto il rapporto con il Padre, non dicendo Signore, Signore, ma compiendo fino in fondo la volontà paterna.
Ciò richiede lotta, determinazione, l’andare controcorrente (icona è l’orto degli ulivi).
Il verbo che Gesù usa: “sforzatevi”, deriva dal greco agonizzare (lottare), Luca descrive Gesù, che suda sangue, come l’agonizzante, cioè la perseveranza nel combattimento quasi fisico.
Chi non è agonizzante si sentirà rispondere: “non vi conosco, allontanatevi da me, operatori di ingiustizia”.
A sostituzione di costoro, altri da ogni parte entreranno: “verranno da oriente e occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel Regno di Dio”.
E’ il pellegrinaggio delle nazioni, gli “ultimi”, i lontani giusti, i veri fedeli discriminati dai fedeli falsi-vicini, che si considerano meritevoli d’ufficio.
Il sogno-risposta del Signore è di radunare tutti. E’ l’incontro-scontro tra tradizioni e culture diverse. Uomini e donne capaci di credere con tutto se stessi, che non vivono solo in Israele, ma provengono da tutte le parti della terra. Gesù banchettava con pubblicani e peccatori. Gli altri non possono presentare le credenziali di aver pregato, banchettato (Eucaristia). Il cristianesimo di Gesù è coerenza tra fede e vita; questa è la porta stretta.
❸ La figura di Abramo, che domina la prima e la seconda lettura, è paradigmatica: “ha sperato contro ogni speranza”, “non vacillò nella fede”, “non esitò per incredulità, ma si rafforzò nella fede” fino a sacrificare l’unico figlio. Non solo. Fu intercessore presso Dio per coloro che neanche conosceva (abitanti di Sodoma). Mercanteggiò con Dio, come è tradizione, per i semiti.
La salvezza è per tutti in forza di pochi giusti (ce ne saranno dieci nella nostra città?).
E’ quanto diciamo in ogni Eucaristia: “per mezzo di Gesù Cristo, nella potenza dello Spirito Santo, fai vivere e santifichi l’universo e continui a radunare intorno a te un popolo, che da un confine all’altro della terra offra al tuo nome il sacrificio perfetto”.
don Carlo
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| IV^ domenica dopo Pentecoste – 20 giugno 2010 |
IV^ domenica dopo Pentecoste – 20 giugno 2010
I peccati contro l’umanità:
“L’ortica pungente dell’invidia”
Lettura: Genesi 4, 1-16
Salmo 49 (50)
Epistola: Eb 11, 1-6
Vangelo: Mt 5, 21-24
❶ Sin dall’origine del mondo si creano “fratture”, talvolta insanabili, nel creato: umanità e Dio, umanità e il creato, umanità e i propri simili. Da sempre ogni cittadino del mondo trova di fronte a sé ostacoli, divergenze, omicidi, furti, rapine, maldicenze, guerre, distruzione del cosmo, inimicizie, indifferenze, invidie.
E’ la sintesi della parola di Dio di domenica scorsa e di quella odierna: situazioni e domande insite in ciascuno, almeno in certe condizioni, avvenimenti personali o cosmici.
❷ Il “modello” è mostrato in Caino e Abele, i primi figli dei trasgressori del comando di Dio. Traligna l’invidia (= guardare con sguardo bieco, odioso, geloso, malvagio, cattivo, abnorme, irreale): “Dio vuole bene a lui e non a me”. “Dio fa distinzione di persone, non è giusto”; tolgo perciò di mezzo chi mi ostacola ad essere l’unico benvoluto, io solo devo essere al centro di tutto, il resto è di ostacolo, perciò lo elimino”.
a) La reazione dell’invidioso è sproporzionata, iniqua, ingiusta, fedifraga, omicida. Caino sente dentro di sé tutto questo (rimorso), si sente interpellato, non può sopire la voce interiore ed esteriore: “dov’è tuo fratello”, la voce di sempre, la voce inquietante, che rode l’io profondo: è il peccato secondo la Bibbia, ma anche nei detti popolari: “il diavolo fa le pentole ma non il coperchio”.
La voce-rimorso esige la risposta, una qualsiasi, più o meno corrispondente al vero o tendente a pacificare il proprio io: “non sono il custode di mio fratello”. Penso a me stesso, ho tanti problemi dentro di me, gli altri non devono venire a turbarmi, si atteggino come me, eliminino l’intruso così vivranno senza ostacoli di sorta: liberi di decidere a scapito anche degli altri, ma a proprio vantaggio:io sto bene, gli altri si arrangino, oppure si mettano da parte, perché io possa stare al centro di tutto: egocentrismo.
b) La reazione di Dio è antitetica: “nessuno uccida Caino”. E’ anche la frase dell’associazione contro la pena di morte, ancora presente in gran parte delle nazioni. Ciò significa che il male non si debella una volta per tutte, ma che ogni generazione vince le tentazioni avverse e risolve le controversie con razionalità, dialogo, pazienza, perseveranza, senza scorciatoie o semplicistiche soluzioni.
Il male è radicato, la zizzania cosparge il mondo da sempre e per sempre, alla fine verrà separata.
c) Il Dio che appare nella seconda lettura, non è solo quello del “no”, ma sottolinea un aspetto trascendente: la fede in Lui. Per fede Abele offrì le primizie; per fede “i nostri antenati sono stati approvati da Dio”; “per fede, Enoc, figlio di Caino, fu portato via”, cioè non passò attraverso la morte.
Senza la fede è impossibile essergli graditi: “egli esiste e ricompensa coloro che lo cercano”. “La fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede”.
d) Il salmo 49 è la “cerniera” tra la prima lettura e il Vangelo di Matteo: “Ti siedi, parli contro il tuo fratello … Hai fatto questo e dovrei tacere … Ti rimprovero, pongo davanti a te la mia accusa”.
La grande “rivoluzione” di Gesù sta nell’aver aperto un’altra via di accesso a Dio e all’umanità, diversa dal “sacro”: la via profana dell’amore al prossimo (cfr. Mt 25 nel giudizio finale), come afferma Giovanni (1 Gv 4,20): “Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede”: sulla fraternità che si sgretola, germoglia l’ortica pungente dell’invidia. E’ il paradosso che Gesù richiama: “ma io vi dico, amate i vostri nemici”, non dite al fratello “stupido” o “pazzo”, “sarai sottoposto a giudizio e alla Geenna del fuoco eterno”.
Da qui l’invito-comando: prima di celebrare l’Eucaristia, lascia la Chiesa, va a riconciliarti con chi ha qualcosa contro di te (seguendo letteralmente quanto detto da Gesù, le chiese si svuoterebbero). Seguendo la logica di Gesù, la liturgia propone dopo l’omelia e prima dell’Eucaristia, il “segno di pace”, che sta sempre più diventando semplicemente gesto rituale, vuoto, formale, magari bugiardo.
❸ La parola di Dio è come una lama a due tagli: uccide più la parola che la spada, più l’indifferenza che l’odio, “una bocca menzognera uccide l’anima” (Sap 1,11).
Luigi Accattoli in “Non mi vergogno del Vangelo”, così commenta il paradosso della pagina del Vangelo odierno: “Il cristiano guarderà con la massima delicatezza a ogni condizione sessuale e a ogni esperienza d’amore, che è sempre un dono, anche la più povera e irregolare. Diremo che è un’esperienza irregolare, ma non negheremo che in essa vi sia amore: ci può essere grazia nella devianza, tutto è possibile a Dio. Nella comunità non ci sono solo i celibi per vocazione, i fidanzati e gli sposati. Ci sono divorziati e vedovi, poligami e omosessuali, donne e uomini che vivono una solitudine che non hanno scelto. La nostra parola non deve mortificare nessuno”.
“La carità è la più efficace delle preghiere” (R.Follereau).
don Carlo
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| 6 giugno 2010 |
6 giugno 2010
Corpo e Sangue del Signore
2^ domenica dopo Pentecoste
Corpo e Sangue del Signore
Lettura: Genesi 14, 18-20
Salmo 109 (110)
Epistola: 1 Cor 11, 23-26
Vangelo: Lc 9, 11b-17 2^ dopo Pentecoste
Lettura: Sir 18, 1-2. 4-9a 10-13
Salmo 135 (136)
Epistola: Rm 8, 18-25
Vangelo: Mt 6, 25-33
❶ La liturgia ambrosiana di questa domenica si trova di fronte a due feste: la domenica 2^ dopo Pentecoste e il “Corpus Domini”. Consiglia la prima, ma celebra solennemente la seconda.
Siccome è sempre l’Eucaristia ad essere centro della domenica, non esiste contrapposizione. Anzi si integrano, si completano, perché ci sia una fede interrogante.
❷ L’Eucaristia è incontro tra Dio e l’umanità, l’umanità nella sua diversità:
a) Abramo e Melchisedek. Si incontrano nel nome del Dio altissimo: sono stranieri tra loro, ma uniti nell’unico Dio.
b) Paolo, discendente di Abramo, trasmette fedelmente alla comunità di Corinto, divisa tra ricchi e poveri, ciò che Gesù donò a tutta l’umanità: il suo corpo e il suo sangue, segno di alleanza, di concordia, di condivisione, di aiuto reciproco. E’ ciò che la Chiesa è chiamata a trasmettere fedelmente.
c) Questo Gesù ha rivelato l’essenza del cristianesimo voluto da Dio Padre: la compassione verso la folla, un popolo affamato e assetato, con i primi cristiani, gli Apostoli, a dire: mandali a casa, ai loro paesi, nei loro stati, noi non possiamo niente, anzi ci tolgono le case, il lavoro, la sicurezza.
Gesù comanda: «date voi stessi da mangiare», non ci sono scuse a fronte di una umanità affamata e disperata: non è il pane che va verso di essa, la folla va verso il proprio sopravvivere. Questo celebriamo ogni domenica, la folla è il corpo e il sangue di Cristo.
La Chiesa, su comando di Gesù, distribuisce non onori, non cariche pubbliche, ma compassione e atteggiamenti coerenti e concreti.
Quindi l’incontro , non lo scontro, non le divisioni, ma la fraternità in Cristo, non privilegi, ma atteggiamenti che mostrano la presenza del Dio misericordioso.
❸ Le condizioni interiori fondamentali, per vivere il “mistero della fede”, sono annunciate nelle letture della 2^ domenica:
Il mondo è opera di Dio. «Che cosa è l’uomo? A che cosa può servire? Qual è il suo bene e il suo male?». E’ la creatura su cui Dio versa misericordia e perdono, doni che la Chiesa deve offrire a ogni creatura, perché «la misericordia divina riguarda ogni essere vivente».
L’universo intero (S.Paolo) geme e soffre per le ferite inferte (es. Golfo del Messico). Sono i gemiti raccolti da Cristo stesso e portati al Padre, per questo la speranza di Cristo ci salva.
L’umanità intera si domanda, ieri come oggi: «Che cosa mangeremo? Che cosa indosseremo? Che cosa berremo?», cioè come nelle varie crisi riusciremo a racimolare: lavoro, mutuo, figli, tasse, malattie, migrazioni, disoccupazione giovanile soprattutto?
Ecco le preoccupazioni, l’ansia, l’angoscia per il presente e il futuro. La risposta di Gesù sembra di “un altro pianeta” e lo è: «Guardate gli uccelli del cielo, i gigli del campo: non valete più di loro?» (Cristo è venuto proprio per accompagnarci dentro queste realtà).
«Se Dio si preoccupa del creato, non si occuperà soprattutto di voi?». Solo i pagani non vedono futuro, pagani che provano di tutto per creare ulteriori disuguaglianze: dare ai ricchi, togliere ai poveri. Non hanno compassione. «Voi invece cercate il regno di Dio e la sua giustizia». Questa è la condizione primaria essenziale, il punto di partenza per l’umanità intera e non per il mio tornaconto personale.
❹ L’Eucaristia è fonte continua per la Chiesa a favore dell’umanità, perché Dio agisce così; così i credenti, seminatori a larghe mani della Misericordia divina verso tutti.
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