Ecco l’omelia che avrei proclamato nella domenica dell’ulivo.
Ecco l’omelia che avrei proclamato nella domenica dell’ulivo.
Mi è stato impedito. Per ora il blog è ancora libero (“sperem”)


Domenica delle Palme - 28 marzo 2010
“Passò sanando e beneficando”

1. La parola di Dio, la liturgia, la Chiesa, la Quaresima hanno chiarito la domanda di sempre per i cristiani: chi è Gesù chiamato il Cristo.
Ha attraversato le varie situazioni della vita quotidiana: tentazione e solitudine, la sete e adulterio, la contestazione nel Tempio dei suoi credenti, il dono della vista, che causa la cecità degli altri: “hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non sentono”; in famiglia per un lutto che viene trasformato in vita con l’invidia di altri. Ha percorso strade, ha incontrato persone, ha alleviato infermità fisiche e morali per gli altri: “Passò sanando e beneficando”.

2. Oggi è Lui a venire dentro la città (deve donarsi, non deve sanare nessuno), la sua città, il centro religioso, economico, sociale, politico. Sa che cosa lo aspetta, non si tira indietro, non si nasconde, non sta ad aspettare che siano altri a sanare la convivenza civile e religiosa, non dice: “tocca agli altri, la mia parte l’ho già spesa, che s’arrangino”. Sulla sua città ha pianto, per i mali, per il degrado, per l’emarginazione di tanti, che Lui ha definito “beati”. Ora entra da protagonista accolto festosamente, come un faraone, come un imperatore, come il Signore-padrone.
Egli sa che la salvezza passa attraverso la sua persona, non può delegare agli altri. Accoglie la festa, ma sa che “gli faranno la festa”. “Per noi e per la nostra salvezza” venne, “vengo, o Dio, per fare la tua volontà”, pagando di persona; ma “venne tra i suoi e i suoi non l’hanno accolto”; le tenebre sembrano prevalere sulla luce: “fin che sono nel mondo, io sono la luce del mondo”.

3. Il percorso, che rievoca l’ingresso di Gesù, simbolicamente è anche il nostro con questa processione simbolo della fede progressiva. Egli sa che la settimana che lo attende è agli opposti di ciò che sta vivendo in quel momento. L’entusiasmo si trasforma in odio, l’accoglienza diventa caccia per catturarlo, come un ladrone, come uno straniero, come uno che viene a “romper le uova nel paniere”.
I suoi, e non solo la folla, si nascondono, fuggono, tradiscono: è solo contro tutti.

4. Egli entra nella città, ma come uomo di pace: giusto, umile, su un asino, spezza l’arco di guerra (1^ lettura), annuncerà la pace: “pace in terra agli uomini che egli ama”, principe della pace. “E’ immagine-icona del Dio invisibile”; per mezzo di lui siano riconciliate tutte le cose in cielo e in terra (2^ lettura). “Ecco, o Chiesa, il tuo re” (salmo). Noi abbiamo come unico re Cesare, di tutti i tempi, scegliamo i Barabba in ogni circostanza.
Gesù sarà coerente e deciso fino in fondo, sapendo che così salva il mondo. Rimane fedele, come il padre misericordioso della parabola: non condanna, ma abbraccia il figlio.

5. Gli insegnamenti per noi, se vogliamo essere credenti in ogni situazione, sono evidenti:
a) Occorre evitare il rischio di essere trascinati, orientati dagli altri, la folla di Gerusalemme prima è attratta da Lui (osanna), poi si lascia orientare dai capi-autorità (crucifige)
b) Il cammino umano è sempre in salita-calvario, per offrire al mondo misericordia e salvezza a tutti
c) Il dialogo di Gesù con i più umili e disponibili è al culmine del suo stare tra gli umani: “Oggi è nato per noi un salvatore” (Natale); “Oggi si è compiuta la scrittura” (sinagoga di Nazareth); “Oggi la salvezza è scesa su questa casa” (Zaccheo); “Oggi con me sarai in paradiso” (ladrone).
Siamo chiamati a vivere ciò che Gesù ha detto e fatto. La salvezza non è rimandata a un futuro, ma è una realtà presente.
d) La processione, l’ulivo benedetto, la parola, l’Eucaristia indicano ciò che dobbiamo essere nel mondo. Anche noi come Gesù siamo immagine di Dio nel mondo. Portiamo la pace, operiamo la sua giustizia, perdoniamoci sull’esempio di Gesù, siamo operatori di pace, quella di Cristo e simboleggiata dall’ulivo.

don Carlo


Con questa mia, agli internauti gli auguri di una gioiosa e santa Pasqua.

Tag : Agorà
Postato da claudio il 30/03/2010 alle 07:27
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METASTORICO – Aprile 2010
METASTORICO – Aprile 2010


• Ricordo che gli alunni antichi per ricordare alcune eccezioni latine, si esprimevano così: “Tria neutra sunt in us: virus, vulgus et pelagus”. Il virus è più che attuale e in tutte le salse; esso significa: mucillagine, veleno, puzzo, fetore, lezzo. Pelagus: mare, massa d’acqua, da qui in italiano arcipelago. Vulgus: popolo, moltitudine, gente, pubblico, massa, quantità. Da qui volgare in molteplici sensi.
Ebbene io Virus, così temuto e combattuto, sono passato indenne in tanti secoli, mi sono anzi moltiplicato, inserito nei nuovi “media”, esempio il computer. In esso mi sono confuso, spillando e cancellando qua e là, divenendo il nemico imbattibile.

• Nei tempi attuali poi mi diverto. Il volgo (“disperso, che nome non ha”) si sente assediato da tanti virus; per esempio quello della legge. Allora si distingue tra voi: legge formale e legge sostanziale; la seconda prevale sulla prima. Eppure la prima è stata formulata da legislatori saggi e lungimiranti. Persino la seconda dis-carica dello Stato si è peritata in simile sofisma, non ricordando il detto “dura lex, sed lex”. Se un semplice “civis” (gli esempi voi mortali potreste moltiplicarli: se tu sbagli paghi, poi farai ricorso) incorre in un errore formale, apriti cielo. Io, svolazzando qua e là, riempirei volumi e volumi di fatti e misfatti. Ciò che desta meraviglia (eufemismo per indignazione) è il fatto che sono i legislatori (o legulei) a lamentarsi dei loro stessi editti, con terrificanti effetti.

• Data la mia eterea composizione, martedì 2 marzo 2010, ore 21.00, ho cercato di infettare Rai 3 con il suo velenosissimo “Ballarò”, qualche virus più esiziale di me si era premurato di rendere inoffensiva la malparliera televisione. Tanto è stato il mio disappunto: c’è uno più forte di me, come è possibile? Sono rimasto sintonizzato ugualmente con pertinacia sempre sul tre: Ballarò, no; la grande storia, sì. Con stupore seguivo la trama: ascesa e caduta del fascismo, con fatti e misfatti. La par condicio televisiva con acredine ha paragonato quei fatti, con il fatto, senza soluzione di continuità: la nuova dittatura.

• A proposito, spulciando tra la vostra posta, ho trovato il seguente florilegio. Abbiate l’avvertenza di leggere la data e a chi si riferisce, altrimenti il vostro occhio va sull’oggi e qualcuno ne avrebbe a male. Riporto il testo integrale, ogni riferimento a fatti o persone è puramente “causale”, è una storia inventata, per dire che tutte le chiassate di oggi sono solo sintomi agonici di un tempo che fu:

“””Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbe meritato la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo.
Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini? Una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse e tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto che al giusto. Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo dovere, sceglie sempre il tornaconto. Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei. Presso un popolo onesto, sarebbe stato tutt'al più il leader di un partito di modesto seguito, un personaggio un po' ridicolo per le sue maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso della gente e causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia è diventato il capo del governo. Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano. Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto, cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di famiglia, ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo abile, e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuole rappresentare”””.
Elsa Morante, 1945 (a proposito di Mussolini).

• Il virus colpisce ancora, quando meno te lo aspetti.
Io virus sono il “grandeventista”, che mette a nudo le emergenze e come sia necessario trascurare, sorpassare, dimenticare, omettere regole per meglio favorire i grandeventisti del vostro tempo. Ecco oggi voi siete preoccupati, perché una parte del volgo forse non potrà partecipare al grande evento delle elezioni regionali. Non è vero! Possono e devono partecipare. Se i loro capi sono incorsi in intoppi legali (creati da loro), la colpa non ricade sulla “sinistra” che fa di tutto, perché vinca la dittatura, ma sugli incapaci e miopi, sugli arroganti e sprezzanti, sul detto che “i legislatori sono superiori alle leggi” (impunità-immunità).
I vostri cittadini democraticamente votino contro questi sempliciotti, che vedono il nemico sempre oltre, dimenticano che sono miei fratelli e sorelle Virus: “chi è causa del suo mal, pianga se stesso”. Finalmente le vostre caotiche leggi eliminano in un solo colpo di cannone la cosiddetta classe dirigente autodefinitasi: servitori dello stato: lor signori sono serviti.

• Come virus mi sono imbattuto in altre velenosissime affermazioni (basti pensare alla concione di ieri in Senato dell’ ex Di Girolamo: difesa appassionata di se stesso, applausi dei suoi pari. Siccome di veleno me ne intendo, posso dichiarare che l’aula di quella Augusta Camera era veramente satura come una camera a gas, perciò baci e abbracci. Povero il vostro volgo! Per difendersi c’è un detto comune: sono tutti uguali: mal comune, mezzo gaudio. Già nel ’92-93 si udirono affermazioni di correità per giustificare fatti e misfatti. Lor signori sono responsabili degli atti personali (responsabilità persona, voi mi insegnate).
Non solo queste dichiarazioni, ma anche altre in tempi lontani, che non sono riuscito a emendare con il mio veleno.
Nel Congresso D.C. – Venezia 1949 – a Dossetti che chiedeva al partito di pare da pungolo al governo, De Gasperi replicava, chiedendo ai pungolatori di scendere dal carro e di “mettersi alla stanga”. Per difendersi lo statista trentino sbandierava l’anticomunismo ossessivamente. “Le conseguenze di quella scelta sono sotto i vostri occhi: si afferma oggi un grottesco anticomunismo senza comunismo ed esercitato in assenza di comunisti. Così si è disgregato il cosiddetto partito cattolico, che non si ripeterà più” (Dossetti).
Dirà il vostro “amato” Dossetti, dopo il referendum sugli effetti civili del matrimonio: “solo una destra nazionale omologata e pienamente espressiva di una società secolarizzata potrà essere più forte di questa D.C. in declino. Ma i cattolici di destra saranno ridotti, a quel punto, come i partiti minori con la D.C. di De Gasperi” (correva l’anno 1974!).
Nel 1944, in una lettera ai Parroci della zona, Dossetti scrive “… i cristiani, se sono stati energici e zelanti critici e oppositori delle varie tendenze rivoluzionarie socialiste (perché materialiste, atee, violente), oggi debbono divenire, assai più di quanto non lo siano stati, anche critici e oppositori altrettanto energici e zelanti delle varie tendenze reazionarie che sotto l’apparenza della legalità e della giustizia, in effetti possono nascondere illegalità violente e ingiustizie non meno gravi, anche se meglio dissimulate, di quelle cui talvolta trascendono gli oppressi incompresi e ridotti alla disperazione”.

• Come virus letale non sono stato in grado di emendare l’affermazione di un laico di cui ricorrono i cento anni della nascita: Norberto Bobbio: “La distinzione tra destra e sinistra, per la quale l’ideale dell’uguaglianza è sempre stato la stella polare, è nettissima … Vigiliamo sull’uguaglianza, perché è la sostanza della democrazia” (1992).


Vi raccomando: abbiate “abbiate umile risolutezza” (ossimoro!)










Tag : Agorà
Postato da claudio il 05/03/2010 alle 17:36
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Marzo 2010
Marzo 2010

 Qualche sbadato digitatore potrà accorgersi della mia testardaggine a non lasciarti solo, caro Eremos; non di questo si tratta, ma della convinzione secondo la quale il seme va sempre immesso nel suo alveo, anche se quest’ultimo sembra rinchiudersi nel suo “particolare” di guicciardiana memoria.

 Lo spunto per intrufolarmi mi viene da una cena che alcuni pionieri qualche settimana fa hanno consumato. Essa era il contorno; la sostanza: “l’impegno politico” (guarda chi si rivede!). Il tema la preparazione di una proposta amministrativa per creare un futuro realizzabile e piacevole.

 Qui di seguito comunico al blog le mie annotazioni, che preparai e che durante e dopo la cena non potei esprimere. Il clima circostante di chiacchiericcio, quasi di lamentela dei “tempi bui” non favoriva “discorsi barbosi”.
Data la testardaggine-cocciutaggine che, dicono, mi caratterizza, esprimo qui di seguito non un discorso ortodosso, ma “variazioni sul tema”, che ritengo utili almeno per me; posso sire così: è un discorso privato fatto in pubblico, con tutti i limiti e i pregi.

❶ B & B: gli uomini del fare, il Governo del fare. Quando in tempi remoti tentai di insegnare a scuola, vietavo agli alunni l’uso del verbo “fare”, perché equivoco, generico, ripetitivo, multiuso. Non persone del fare, ma del pensare-ideare. Di questo sento il bisogno assoluto, memore del detto latino (e dai con il “latinorum” dirai, caro Eremos, immerso nell’inglese) “Agere sequitur esse”: l’agire deriva dal pensare, e non viceversa. Sento la carenza di pensatori-ideatori, maestri del pensiero.

❷ Democraticamente (non so se questo avverbio mantiene oggi la sua etimologia) si è eletti per amministrare i cittadini nel loro vivere insieme. L’amministratore gestisce innanzitutto l’ordinario, secondo necessità, come in famiglia, come in una azienda (non corrotta). L’ordinario è già straordinario. Ogni realtà si evolve e abbisogna di migliorie straordinarie. Si amministra ordinario e straordinario, secondo criteri oggettivi (“legalità” si dice ancora oggi, purtroppo le leggi cambiamo vorticosamente, molte volte in modo sconnesso e frammentario; non legalità affermo io, ma stato di diritto), valutando con scrupolo quasi certosino le risorse economico-finanziarie reali, non lasciando ai posteri (giovani di oggi) di arginare il baratro (“non il passo più lungo della gamba”).
Occorre soprattutto progettualità (pensare) per l’oggi e per il futuro con il criterio del bene comune, con la prospettiva dello sguardo in avanti: creatori di futuro.


❸ Geograficamente, ma anche per tradizioni ataviche, si è legati con i territori circostanti: comuni, enti, parco, associazioni, enti religiosi, assistenziali, curativi, ambientali, ludici, storia. Non è possibile l’ “ognuno fa da sé”, per la “contraddizion che nol consente”. Essere “in rete” significa sinergia, non doppioni, valutazioni comuni, scelte non contraddittorie.

❹ Al punto ② ho usato “democraticamente”, governo del popolo e non di nominati. Non basta essere a capo di una amministrazione e “chi s’è visto s’è visto”. E’ urgente il rapporto diretto con i cittadini come comunità e come singoli (non sudditi), ascoltando, e non solo, problematiche, necessità, bisogno di sostegno, anche di fiducia, quasi tenendo come proprie le istanze del cittadino.
Nel mese scorso sono stati rivolti al partito democratico di Londra alcuni quesiti. Li riporto solo come titolo: valori-principi; leggi; visione prospettica, globalizzazione; giovani; riforme; ruolo e presenza di un vero governo-ombra; i media; le risorse; il nuovo Obama anche per l’Italia. Sembra un decalogo-griglia per progettare il futuro.
N.B. – Riguardo ai giovani, rimando a quanto scritto sul blog del mese di febbraio.

❺ La classe dirigente: è in crisi quella attuale e non so quanto sia dirigente, ma opprimente; ma anche la cosiddetta società civile vive lo stesso stato comatoso. La politica rispecchia la società; è un assioma ormai consolidato. Attenzione, dice Gian Enrico Rusconi, all’autoinganno della “sana società civile”. Sono gli scandali emersi di recente a dimostrare il contrario. Ci sono settori sani e generosi, ma sono frammenti. La “società civile è a pezzi, depressa, senza guida”.
Per classe dirigente non si deve intendere solo il ceto politico, ma l’insieme dei gruppi responsabili (economia, media, cultura, magistratura). Essi sono classe dirigente, quando si sentono responsabili in solido della comunità nazionale. Non si limitano a rappresentare legittimi interessi di settore, ma si assumono la responsabilità comune. Invece giocano di sponda, grazie alle contrapposizioni politiche esasperate, su questo e sull’altro ministero, per questa o quell’altra struttura istituzionale. Penoso, dice Rusconi, è il ceto intellettuale cosiddetto, che non trasmette piattaforme di intese morali e culturali di valore comune. Si ferma solo ad analisi impietose. La scissione tra energia intellettuale e l’energia realizzatrice politica è la scoperta più terrificante per l’oggi.

❻ Come si costruisce la classe dirigente formata da politici, intellettuali, manager (servitori dello stato!?), sindacalisti, magistrati, amministratori locali?
Tutti fermi nelle rispettive competenze e subalterni l’un l’altro, oppure consapevoli di avere una comune, vincolante responsabilità verso la società civile? (domanda opportunamente retorica).
Don Luigi Sturzo nel 1919, a fronte di una guerra appena terminata, di richieste di chi aveva combattuto, di avvisaglie di sconvolgimenti sociali, che poi si avverarono, lanciò il grido (che diventò partito) ai “Liberi e Forti”. Oggi tocca a ciascuno, senza giochi, giochini, giochetti e scarico di responsabilità, rispondere da “liberi e forti”, ognuno con le sue responsabilità e insieme per il bene comune, e agire di conseguenza.
Nel periodo deflagrante della seconda guerra mondiale ci fu chi, di fronte allo sfascio (nel vero senso della parola), pensò e creò il futuro, allestendo l’assetto istituzionale (Repubblica o Monarchia) e configurando la Carta Costituzionale. Essa è la fonte, essa è la guida, essa è la ricchezza da rivalorizzare e tenere nel suo impianto, conosciuto e condiviso.
Perso di vista il perno dell’Italia democratica descritta, e difesa dalla Carta, negli anni successivi ha avuto il sopravvento il potere per il potere, così da ritenere le elezioni non elemento democratico per governare-amministrare, ma strumento per essere rieletti: tutto è in funzione della rielezione, non della democrazia.


Nota Bene

 Tra gli amministratori e i cittadini (il vero centro della convivenza) c’è un corpo intermedio, la cosiddetta burocrazia (o eufemisticamente servitori dello stato). Sembra oggi uno stato nello stato.

 Trasparenza e informazione del costante dato reale del Paese, senza sotterfugi o sostantivi che non precisano, anzi generano equivoci; soprattutto inventare strutture di interazione tra cittadini e amministratori su necessità e strumenti (cfr esperienza municipale di Porto Alegre, Brasile)


 A me sembra una enormità il dover ricorrere a un decreto legge per escludere dalle liste elettorali i corrotti e gli incapaci. Già per il fatto che sono così, vanno esclusi. Ma chi li mette in lista? A me sembra un circolo vizioso, fumo negli occhi: “quis custodias ipsos custodes”.


 Concludo riportando ciò che disse Norberto Bobbio in tempi non sospetti, dopo la strage di Capaci 1992. Il filosofo politico cita una affermazione di Leopardi dallo Zibaldone: “Se noi vogliamo risvegliarci una volta e riprendere lo spirito di nazione, il primo modo nostro deve essere non la superbia né la stima delle cose presenti, ma la vergogna”.
E’ l’urlo che io auspico e che così traduco: INDIGNAZIONE.







Nota Bene
Narra Massimo Gramellini nel “Buongiorno” di martedì 2 marzo:
“Martina Maturana ha dodici anni, vive sull’isola di Robinson Crusoe, al largo della costa del Cile, e non dorme. Ha appena sentito tremare il materasso sotto la schiena.
Una vibrazione l’ha svegliata, ma neanche troppo.
Potrebbe tranquillamente girarsi dall’altra parte e ricominciare a dormire, come stanno facendo tutti gli altri seicento abitanti dell’isola di Juan Fernandez. Martina invece scende dal letto. Vuole capire. Scuote il padre poliziotto, rintanato sotto le coperte. “Cosa è stato, papà”. “Cosa è stato cosa? Niente, torna a letto”. Lei ci va, ma non riesce a prendere sonno. Allora, in punta di piedi, raggiunge la finestra, guarda in basso e vede. Vede ondeggiare le barche nella baia, al chiaro di luna. E capisce. “Lo tsunami!”. Si precipita in piazza e suona il gong. Adesso sono tutti svegli e corrono all’impazzata verso la cima dell’altura che domina l’isola.

Michelangelo BuonarrotI
“PRIGIONI – Schiavo che si desta”
Schiavo in due sensi:
• perché non si è ancora liberato
• destinato a destarsi una volta liberato


Appena in tempo: nel volgere di qualche minuto un’onda gigantesca sommerge la baia, inonda la piazza, distrugge il municipio e le case circostanti. La bambina che non voleva dormire ha salvato la vita di tutti coloro che non volevano svegliarsi.
Ricordiamoci di lei, ogni volta che ci rassegniamo alle spiegazioni rassicuranti e rimuoviamo la realtà per non essere costretti ad affrontarla. Martina incarna lo spirito di ogni essere umano, com’era al momento della nascita e come dovrebbe essere sempre e invece non è quasi mai: presente a se stesso, capace di meravigliarsi. In una parola: vivo”.



Destiamoci “dal sonno della ragione” e suoniamo il gong della Rinascita pure noi. Incarniamo lo spirito umano dell’indignazione, ma anche della possibilità di ergersi e destare il coraggio sopito, agonico, accidioso, come Martina Maturana; così salviamo noi stessi e forse anche l’Istituzione-Stato del quale siamo parte attiva e sostanziale.



don Carlo

Tag : Agorà
Postato da claudio il 05/03/2010 alle 10:01
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Pippo