ARRIVEDERCI RAGAZZI/E
Immagino la tua solitudine, caro “Eremos”, sedotto e abbandonato, anche se l’etimo è solitudine; perciò mi premuro talora contattarti e lenire questo tuo eremitaggio.
Sono mosso da una recensione del monaco Enzo Bianchi, riguardo un libretto di Armando Matteo: “La prima generazione incredula”. Sottotitolo: “Il difficile rapporto tra i giovani e la fede”, editore Rubbettino.
Il monaco, priore di Bose, pone come base della sua recensione, la situazione più conturbante: “A che punto è la notte dei giovani”. Si sente spesso parlare di giovani come se fosse uno stato puramente e non uno stadio della vita verso la maturità; “non sono più quelli di una volta”: si parla delle loro frustrazioni, del loro futuro; i giovani sono il futuro della società. Questa affermazione da un lato tende a emarginarli dal presente; è una sorta di difesa preventiva degli adulti, che non tengono così la loro presa su di loro; si finge di ignorare che essi sono una parte del presente della società; dall’altro l’affermazione ignora (o finge di ignorare) pericolosamente il dato che affligge i venti-trentenni: la mancanza di speranza per il futuro (già carente nell’oggi!).
Armando Matteo – assistente ecclesiastico nazionale della Fuci – è lucido nel suo tratteggiare “quel senso di notte e quella notte senza senso” che attanaglia tanti giovani (è la generazione della notte?!). E’ incredibile – dice il recensore – definire le “generazioni che verranno”; esse sono già in mezzo a noi e da noi attendono “segni di presente aperto al domani”, di un futuro possibile, “che valga la pena di essere vissuto, a partire da qui e ora”.
L’autore parla anche di “analfabetismo cristiano” delle nuove generazioni, anche se “nei siti web si lascia una preghiera, ci si augura di accendere una candela, trascorrere un momento di pace”. Sembrano cristiani “dall’appartenenza senza credenza”. Armando Matteo afferma la presenza di una sordità a ciò che viene tramandato, anche nell’ambito della fede. “Una sordità che dice incredulità, ovvero un’assenza di antenne”. Una sordità avallata da una cultura diffusa.
Mi hanno colpito alcune affermazioni:
La Chiesa subisce l’influenza della malsana logica che struttura i rapporti intergenerazionali nella società civile, una “logica scandita da un continuo parlare dei giovani e dei loro problemi, cui corrisponde un altrettanto costante accumulo di privilegi nelle mani degli adulti, persi nei loro riti e nei loro miti, ben saldi ai loro forti poteri, incapaci ormai non solo di prendersi cura del mondo giovanile, ma più semplicemente di non guardarlo in faccia”.
E’ la logica del tutti giovani ad ogni costo. I più antichi di giorni ricorderanno “giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza”. Vi è la ricerca della eterna giovinezza. L’epoca attuale evoca la giovinezza come stato immobile. La società ama essere giovane e dedica tutti i suoi sforzi per bloccare la vecchiaia, per fermare l’orologio biologico, esaltando il “giovanilismo”.
Secondo il giudizio degli italiani (indagine settembre 2003), la vecchiaia comincerebbe dopo gli ottant’anni (è la gerontocrazia di ritorno). Vista l’aspettativa di vita si “diventa vecchi” solo dopo la morte (“vecchio è chi muore” dice un proverbio meneghino).
Quella che Corrado Alvaro definiva “età breve”, finisce col diventare irresistibilmente lunga, tanto da tendere all’infinito. Se la società è affascinata dal mito della giovinezza (si pensi solo alla pubblicità in tutte le salse), perché finisce col mettere da parte i giovani, perché li confina in una condizione di minorità, perché in occidente, che “vive” una perenne gioventù, chi ha più difficoltà a condurre una esistenza “normale” sono proprio loro, gli under 30?
Un tale amore per la giovinezza, per l’idea stessa di giovinezza, la “società giovanilista” sta rendendo i giovani, giorno dopo giorno, insensibili e ciechi alle prerogative di coloro che giovani lo sono davvero, mancando “di porre in essere quelle condizioni minimali, perché questi ultimi possano trovare il filo della loro esistenza e impegnarsi per custodirlo e arricchirlo”
Sotto la spinta di un giovanilismo spropositato, che nasconde la vecchiaia stantia e boriosa, sentendosi insostituibile e usando i veri giovani come specchietto per le allodole, o come “ciucciotti” da sorbire a voluttà, la società è un luogo semplicemente insopportabile per la maggior parte dei giovani: in essa non potranno scegliere il lavoro che vogliono, perché le uniche regole accettate sono quelle del mercato (dettate dagli adulti-vecchi: solo costoro sanno ciò che è equo per i giovani); non possono mettere famiglia, perché non ci sono case (per gli adulti invece ci sono e come: anzi, essi definiscono i giovani “bamboccioni e mammoni!); non possono avere che un solo bambino, perché non ci solo asili, né politiche familiari sufficienti; non possono aspirare a ricoprire cariche di una qualche responsabilità, perché solo la morte può staccare gli adulti dalle loro poltrone.
In una società così fatta il destino è segnato: “è il destino di un bamboccione, seduto sul divano di mamma che continua a contemplare – e forse a desiderare – un posto al sole”.
Con la loro condotta, gli adulti stanno costruendo una società che ruba (materialmente: sono gli scandali di questi giorni) avidamente spazi e tempi a giovani e non riesce a prestare sufficiente attenzione alla loro reale condizione, né alla possibilità di sviluppo.
Il dialogo intergenerazionale, interrotto, forse è dovuto a una sorta di sottile vendetta da parte del mondo adulto. I giovani con la pura presenza ricordano ciò che gli adulti vorrebbero ad ogni costo obliare: lo scorrere del tempo con tutte le conseguenze.
Da qui l’invidia-vendetta: gli adulti divorano tutto e ai giovani non lasciano nulla. Non lasciano spazi di futuro possibile: “l’occlusione del futuro. Significa resa dei conti, affidare cioè i giovani a quell’ospite inquietante dal nome antico ma dalla vitalità strepitosa che è il nichilismo”.
E’ un male dell’anima e sta emergendo: “uso e abuso degli alcolici e della droga, nello sballo del VENERDI’SABATODOMENICA sera, nella ricerca della velocità folle e di esperienze al limite, nell’apatia a scuola e all’università, nelle condotte anoressiche o bulimiche, nell’accesso irresponsabile alla sessualità, nella dipendenza da internet, nella loro spesso cocciuta impenetrabilità, nella diffusa depressione, nella violenza bruta e banale, nel nuovo strano amore per la morte”.
E’ un elenco non solo mortificante, ma tragico a cui dare sbocco positivo. L’autore così descrive il percorso: “si esce solo assicurando ai giovani un futuro su cui poter contare, sottratto alle avidità, alle smanie e agli egoismi degli adulti. Solo il futuro apre quella speranza che uccide il nichilismo, perché indica una direzione, un senso, un contesto valoriale”.
Il futuro dei giovani, conclude l’autore, è “una battaglia di grande portata, ma anche di rinunce e di sacrifici da parte degli adulti”.
La conclusione che affido a te, caro Eremos, è triplice.
La prima viene da Lorenzo il Magnifico e vale per gli adulti “adulterati”:
“quant’è bella giovinezza
che si fugge tuttavia,
chi vuol esser lieto sia,
di doman non v’è certezza”
La seconda la lascio al grande Abate S.Benedetto da Norcia nella sua “Regola”, quando spiega all’abate di un monastero come affrontare qualche problema decisivo: “Ogni volta che in monastero bisogna trattare qualche questione importante, l’abate convochi tutta la comunità ed esponga personalmente l’affare in oggetto. Poi, dopo aver ascoltato il parere dei monaci, ci rifletta per proprio conto e faccia quel che gli sembra più opportuno. Ma abbiamo detto di consultare tutta la comunità, perché spesso è proprio al più giovane che il Signore rivela la soluzione migliore”.
Si tratta, in ultima analisi, di sentire meglio il grido, o l’urlo, che i giovani stanno lanciando agli adulti. E’ un grido di speranza e di futuro. Per il loro e il nostro futuro. Occorre raccoglierlo, per ripartire, per la fondazione di una vera solidarietà. Il grido è proprio all’inizio della vita dell’uomo sulla terra.
Afferma il filosofo Severino: “Il grido di caccia, di guerra, d’amore, di gioia, di dolore, di morte. Ma anche gli animali gridano, e per l’uomo primitivo grida anche il vento e la terra, la nube e il mare, l’albero, la pietra, il fiume. Ma solo l’uomo si raccoglie attorno al proprio grido, in assenza degli eventi che l’hanno provocato. Al grido sono legati gli aspetti decisivi dell’esistenza e nella rievocazione del grido le più antiche comunità umane non solo scorgono le trame che le formano, ma annodano stabilmente i fili della trama, cioè si stabiliscono e confermano nel loro essere comunità umane”.
(Il testo di Emanuele Severino sul grido è preso da Galimberti: “L’ospite inquietante”).
L’urlo di Munch - 1893
don Carlo
|