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| tecnica d'arte, intarsi su legno. |
TECNICA D'ARTE, INTARSI SU LEGNO
Di Don Carlo Venturin
Mostra presso la SCALA DI GIACOBBE
Dall'1 novembre all'8 novembre 2009
Inaugurazione Mostra Domenica 1 Novembre 2009 ore 11.30
Orari di Apertura Mostra
festivi 10.30-12.00 14.00-18.00
feriali 15.00-18.00
ingresso libero |
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| Don Paolo Farinella a Silvio Berlusconi |
Ricevo questa lettera e la pubblico.
Per poterla leggere in formato world e potersi collegare ai link vi invito ad accedere all'area download-sevione POLITICA- e scaricare il file:
Don Paolo Farinella a Silvio Berlusconi
un cordiale saluto a tutti
Claudio
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Don Paolo Farinella a Silvio Berlusconi: Lettera di ripudio
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Ieri alle 19.12
Sig. Presidente «pro tempore»
del Consiglio dei Ministri
Silvio Berlusconi,
Palazzo Chigi
00100 Roma
Lettera di ripudio
Il mio nome è Paolo Farinella, prete della Chiesa cattolica residente nella diocesi di Genova. Come cittadino della Repubblica Italiana, riconosco la legittimità formale del suo governo, pur pensando che lei abbia manipolato l’adesione della maggioranza dei pensionati e delle casalinghe che si formano un’idea di voto solo attraverso le tv, di cui lei ha fatto un uso spregiudicato e illegittimo. Lei in Italia possiede tre tv e comanda quelle pubbliche nelle quali ha piazzato uomini della sua azienda o a lei devoti e proni. Nel mese di agosto 2009 ha inaugurato una nuova tv africana, Nessma, a cui ha fatto pubblicità sfruttando illecitamente la sua posizione di presidente del consiglio e dove ha detto il contrario di quello che opera in politica e con le leggi varate dal suo governo in materi di immigrazione. Se lei è pronto a smentire, come è suo solito, ecco, si guardi il seguente filmato e giudichi da lei perché potrebbe trattarsi di Veronica Lario travestita da lei:
< http://www.youtube.com/watch?v=Se3yqycsMyg&feature=video_response >.
Faccia vedere il video ai suoi amici leghisti e nel frattempo ascolti cosa dice il sindaco di Treviso, lo sceriffo Giancarlo Gentilini del partito di Bossi, ad un raduno del suo partito xenofobo dove ha esposto «Il vangelo secondo Gentilini» con chiarezza diabolica: «Voglio la rivoluzione contro gli extracomunitari … Voglio la rivoluzione contro i bambini degli immigrati … Ho distrutto due campi di nomadi e ne vado orgoglioso. Voglio la rivoluzione contro coloro che vogliono le moschee: i musulmani se vogliono pregare devono andare nel deserto, ecc. ecc. Questo è il Vangelo secondo Giancarlo Gentilini (sindaco di Treviso): “Tutto a noi e se avanza qualcosa agli altri, ma non avanzerà niente”». Questo il link con la sua voce in diretta; si prepari ad ascoltare il demonio in persona:
< http://www.youtube.com/watch?v=_WCZNQJkV3E&feature=related >.
Legittimità elettorale e dignità etica
Riconoscere la legittimità del suo governo, con riserva etico-giuridica, non significa riconoscere anche la sua legittimità morale a governare il Paese perché lei non ha alcuna cultura dello Stato e delle sue Istituzioni, ma solo quella di difendere se stesso dalla Giustizia e i suoi interessi patrimoniali che sotto i suoi governi prosperano alacremente. Il conflitto di interessi pesa come un macigno sulla Nazione e la sua economia, ma lei è bravo ad imbrogliare le carte, facendolo derubricare nella coscienza della maggioranza che ne paga le conseguenze economiche e democratiche. Cornuti e mazziati dicono a Napoli.
Quando la sua maggioranza si sveglierà dall’oppio che lei ha diffuso a piene mani sarà troppo tardi e intanto il Paese paga il conto dei suoi avvocati, nominati da lei senatori, cioè stipendiati con soldi pubblici. Allo stesso modo stiamo pagando i condoni fiscali che lei si è fatto su misura sua e della sua azienda, sottraendo denaro al popolo italiano. In morale questo viene definito come doppio furto.
Da quando lei «è sceso in campo», l’Italia ha iniziato un degrado inesorabile e costante che perdura ancora oggi, codificato nel termine «berlusconismo» che è la sintesi delle maledizioni che hanno colpito l’Italia sia sul piano economico (mai l’economia è stata così disastrata come sotto i suoi governi), su quello sociale (mai si sono avuti tanti poveri, disoccupati e precari come sotto i suoi governi), e su quello civile (mai come sotto i suoi governi è sorta la categoria del «nemico» da odiare e da abbattere). Lei, infatti, usa la menzogna come verità e la calunnia come metodo, presentandosi come modello di furbizia e di utilizzatore finale di leggi immorali e antidemocratiche come tutte quelle «ad personam».
Nei confronti dell’ultima illegalità, che grida giustizia al cospetto di Dio, il decreto 733-B/2009, che segna una pietra miliare nel cammino di inciviltà e di negazione di quelle radici cristiane di cui la sua maggioranza ama fare i gargarismi, sappia che siamo cento, mille, diecimila, milioni che faremo obiezione di coscienza all’ignobile e illegale decreto, pomposamente detto «decreto sicurezza»: diventeremo tutti clandestini e sostenitori dei cittadini di altri Paesi, specialmente africani, in quanto «persone», anche se clandestini, a costo della nostra vita. Dobbiamo ubbidire alla nostra coscienza piuttosto che alle sue leggi razziali e disumane. La legge che definisce l’immigrazione come illegalità è un insulto a tutte le Carte internazioni e nazionali sui «diritti», un vulnus alla dottrina sociale della Chiesa e colloca l’Italia tra le nazioni responsabili delle stragi degli innocenti, perseguitati e titolari del diritto di asilo.
Essere «alto» ed essere »grande»
Lei non è e non sarà mai uno «statista» se sente il bisogno di fare vedere alle sue donnine i filmati che lo ritraggono tra i «grandi». Per essere «grande», non basta rialzare le suole delle scarpe, ma occorre avere una visione oltre se stesso, una visione «politica» che a lei è estranea del tutto, incapace come è di vedere oltre i suoi interessi. Per potere emergere dallo squallore in cui lei è maestro, ha profuso a piene mani il virus dell’antipolitica, il qualunquismo populista, trasformando la «polis» da luogo di convergenza di ideali e di interessi a mercato di convenienza e di sopraffazione. Lei, da esperto di vecchio pelo, ha indotto i cittadini ad evadere il fisco che in uno Stato democratico è prevalentemente un dovere civile di solidarietà e per un cristiano un obbligo di coscienza perché strumento di condivisione per servizi essenziali alla corretta e ordinata convivenza civile e sociale. Durante il suo governo le tasse sono aumentate perché incapace di porre un freno alla spesa pubblica che anzi galoppa come non si è mai visto. Non faccia confusione tra «essere alto» e «essere grande», come insegna Napoleone che lei ben volentieri scimmiotta, senza riuscire ad eguagliare l’ombra del dittatore.
Lei non può negare di essere stato piduista (tessera n. 1816) e forse di esserlo ancora, se come sembra, con il suo governo cerca di realizzare la strategia descritta nei documenti sequestrati al gran maestro Licio Gelli, a Castiglion Fibocchi (Comunicato Ansa del 17 marzo 1981 ore 12:18, da cui emerge il suo numero di tesserato; cf intervista di Licio Gelli su Repubblica.it del 28-09-2003).
La maledizione italiana
A lei nulla importa dei valori religiosi, etici e sociali, che usa come stracci a suo comodo esclusivo, senza esimere di vantarsi di essere ossequioso degli insegnamenti etici e sociali della Chiesa cattolica, di cui si è sempre servito per averne l’appoggio e il sostegno. Partecipa convinto al «Family-Day» in difesa della famiglia tradizionale, monogamica formata da maschio e femmina e poi ce lo ritroviamo con prostitute a pagamento che registrano la sua voce nel letto di Putin; oppure spogliarelliste che lei ha nominato ministre: è lecito chiedersi, in cambio di cosa? Come concilia questo suo comportamento con le sue dichiarazioni di adesione agli insegnamenti della Chiesa cattolica? La «corrispondenza d’amorosi sensi» tra lei, il Vaticano e la gerarchia cattolica è la maledizione piombata sull’Italia ed una delle cause del progressivo e costante allontanamento dalla Chiesa delle persone migliori. I prelati, come sempre nella storia, fanno gli affari loro e lei che di affari se ne intende si è lasciato usare ed ha usato senza scrupoli offrendo la sua collaborazione e cercando quella della cosiddetta «finanza cattolica» legata a doppia mandata con il Vaticano. Se volesse avere la documentazione si legga il molto istruttivo saggio di Ferruccio Pinotti e Udo Gümpel, «L’unto del Signore», BUR, Rizzoli, Milano 2009.
Gli ecclesiastici, da perfetti «uomini di mondo, hanno capito che con lei al governo potevano imporre al parlamento leggi e decreti di loro interesse, utilizzandolo quindi come braccio secolare. Per questo obiettivo, devono però rinunciare alla loro religiosità e adeguarsi alla paganità del potere che esige la contropartita. Lei, infatti, è sostenuto dall’Opus Dei, da Comunione e Liberazione e da tutte le organizzazioni e sètte cattoliche che si lasciano manovrare a piacimento con lo spauracchio dei «comunisti» e con l’odore satanico dei soldi.
Il Vaticano e i vescovi, non essendo profeti, ma esercenti gestori di una ditta pagana, non hanno saputo o voluto cogliere le conseguenze nefaste che sarebbero derivate al Paese da questo connubio incestuoso; di fatto sono caduti nella trappola che essi stessi e lei avevate preparato. L’incidente di Vittorio Feltri, da lei, tramite la famiglia, nominato direttore del suo «Il Giornale» con cui uccide sulla pubblica piazza Dino Boffo, direttore di «Avvenire» portavoce della Cei, va oltre le vostre intenzioni e come un granellino di sabbia inceppa il motore. Oppure, secondo l’altra vulgata, tutto sarebbe stato progettato da lei e Bertone per permettere a questi di mettere le mani sulla Cei e a lei di fare tacere un sussurro appena modulato di critica sui suoi comportamenti disgustosi. Senza volersi arrampicare sugli specchi forse si è verificato un combinato disposto, non nei tempi e nelle forme da voi progettato.
Il giorno 7 agosto 2009, in un colloquio riservato con il cardinale Angelo Bagnasco, lo misi in guardia: «Stia attento – gli dissi – e si prepari alla guerra d’autunno perché con la nomina di Feltri al Giornale di Berlusconi (20-07-2009), la guerra sarà totale e senza esclusione di colpi. Berlusconi non può rispondere alle domande di la Repubblica e non può andare in tv a dare spiegazioni. Può continuare a negare sulle piazze per gli allocchi, ma nemmeno lui, menzognero di professione potrebbe negare davanti a domande precise e contestazioni puntuali. Per questo non lo farà mai, tanto meno in Parlamento. Non ha che un mezzo: sguazzare nel fango facendolo schizzare su tutti e su tutto, in base al principio che se tutto è infangato, nessuno è infangato». Il cardinale mi guardò come stupito e incredulo, reputando impossibile la mia previsione. Credo che ora si morda le labbra.
Eppure credo anche che lei sia finito: per la finanza internazionale e per gli interessi di coloro che lo hanno sostenuto, Vaticano compreso, lei ora è ingombrante e impresentabile e deve essere sostituito, ma lei non cadrà indenne, farà più danni che potrà, un nuovo Sansone in miniatura. Lei sa che deve andarsene, ma sa anche che passerà alla storia non come quel «grande, immenso» presidente che è stato lei, ma come «l’utilizzatore finale di prostitute che altri pagavano per conto suo». Non c’è che dire: lei è un grande in bassezza e amoralità.
Spergiuro
Nella trappola non è caduto il popolo di Dio, formato da «cristiani adulti» che tanto dispiacciano al papa «pro tempore» Benedetto XVI: lei non potrà mai manipolarli come non potrà mai possedere le coscienze dei non credenti austeri, cultori della laicità dello Stato che lei vilipende e svende, sempre e comunque, per suo inverecondo interesse. Lei ha la presunzione ossessiva di definirsi liberale, ma non sa cosa sia il liberismo, mentre è l’ultima caricatura di promettente e decadente comunista sovietico di stampo breshnieviano, capace di usare il popolo per affermare la propria ingordigia patologica di potere. D’altronde il suo amico per la pelle non è l’ex «kgb» Vladimir Vladimirovic Putin, nella cui dacia è ospitato secondo la migliore tradizione comunista italiana?
Dal punto di vista della morale cattolica, lei è uno spergiuro perché ha giurato sulla testa dei suoi figli, senza pudore e alcuni giorni dopo il «ratto di Noemi», ha dato dello stesso fatto diverse versioni differenti, condannando se stesso e la testa dei suoi figli alla pena dello spergiuro che già Cicerone condannava con la «rovina» e l’esposizione all’umana infamia: «Periurii poena divina exitium, humana dedecus – La pena divina dello spergiuro è la rovina e l’infamia/il disprezzo degli uomini» (De legibus, II, 10, 23; cf anche De officis, III, 29, 104;in Cicerone, Opere politiche e filosofiche, a c. di Leonardo Ferrero e Nevio Zorzetti, vol. I, UTET, Torino, 1974, risp. p. 489 e p. 823). Anche il Diritto Canonico, per sua informazione, riserva allo spergiuro «una giusta pena» (CJC, can. 1368), demandata all’Autorità, in questo caso il papa, che avrebbe dovuto comminarle la pena canonica, invece di indirizzarle una lettera diplomatica per il g8 e i suoi «deferenti saluti». Non ci può essere deferenza, tanto meno papale, per un uomo che ha toccato il fondo della dignità politica e morale.
Gli ultimi fatti di Villa Certosa e Palazzo Grazioli hanno sprofondato lei (non era difficile), ma anche l’Istituto Presidenza del Consiglio in un letamaio senza precedenti. Mai l’Italia è stata derisa nel mondo intero (ormai da quattro mesi continui) a causa di un suo presidente del consiglio che, su denuncia della moglie, frequenta le minorenni e sempre per ammissione della moglie che lo frequenta da oltre trent’anni, per cui si presume lo conosca bene, è malato e come un dio d’altri tempi esige per la sua perversione, sacrifici di giovani vergini per nascondere a se stesso i problemi del tempo che inesorabilmente passa, nonostante il trucco abbondante.
Affari privati o deriva di Stato?
Lei dice di volere difendere la sua privacy, ma non c’è privacy per uno che ha portato i suoi fatti «privati» in tv attaccando indecorosamente la sua stessa moglie che ha intrapreso la strada del divorzio. Forse lei ha dimenticato che sull’immagine della sua «felice famiglia italiana» lei ha costruito se stesso e la sua fortuna politica ed economica. Lei si comporta per quello che è: uno spaccone che in piazza si vanta di tutto ciò che non ha mai fatto e poi pretende che nessuno ne parli. Se lei mette il segreto di Stato sulle sue ville, queste diventano ipso facto «affare politico» perché lei le usa anche per incontri istituzionali e quindi fanno parte dell’Istituzione della presidenza del consiglio. Lei non ha diritto alla vita privata, quando si comporta da uomo pubblico e promette carriere tv o posti in parlamento a donnine compiacenti che la sollazzano nel suo «privato». Non è lei che ha detto in una intercettazione, parlando con Saccà che «le donne più son cattoliche più son troie»? Può spiegare, di grazia, il significato di queste parole altamente religiose e rispettose delle donne e indicarci a chi si riferiva? C’entrano le due donne che siedono nel suo governo e che si vantano di essere cattoliche: la Carfagna e la Gelmini?
Lei e suoi paraninfi continuate a dire che si tratta di questioni private senza rilevanza pubblica, sapendo di mentire ancora e senza pudore. Sarebbero affari privati se Silvio Berlusconi non fosse presidente del consiglio che alle donnine che gli accompagnano anche a pagamento, non promettesse incarichi in aziende pubbliche (tv) o posti in parlamento se non addirittura al governo. Vorrei chiederle per curiosità: quali sono i meriti e le benemerenze delle ministre Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini per essere assurte, non ancora quarantenni, a posti di rilievo nel suo governo? Perché Mara Carfagna posava nuda o la Gelmini prendeva l’abilitazione in Calabria?
Le sue ville sono ancora sotto la tutela del segreto di Stato e quindi guardate a vista da polizia, carabinieri, esercito? A spese di chi? Può ancora dire che sono residenze private? Fu lei in persona ad andare dal suo devoto suddito Bruno Vespa a rispondere pubblicamente a suo moglie, Veronica Lario, rendendo pubblici i fatti che la riguardavano e attaccando sua moglie senza alcuna pietà, facendo pubblicare dal suo «killer mediatico» le foto di sua moglie a seno nudo di quando faceva l’attrice. Non credo che lei possa dire che le sue vicende sono private perché ci riguardano tutti, come cittadini e come suoi «sovrani» costituzionali perché una cosa è certa: noi non abdicheremo mai alla nostra dignità di cittadini sovrani figli orgogliosi della nostra insuperabile Costituzione. Noi non permetteremo mai che lei diventi il «padrone» della nostra dignità.
Per lei è cominciato l’inizio della fine perché il suo declino è iniziato nel momento stesso in cui è andato nella tv di Stato compiacente e, senza contraddittorio, alla presenza del solo cerimoniere e maggiordomo fidato, ha cominciato a farfugliare bugie, contraddizioni, falsità che non hanno retto l’urto dei fatti crudi. Se lei fosse onesto, anche solo per una parte infinitesimale, dovrebbe rassegnare le dimissioni, come aveva promesso nel suddetto, compiacente recital.
Strategie convergenti
Lei può fare affari col Vaticano e chiudere nel cassetto morale e dignità, ma sappia che il Vaticano non è la Chiesa, per nostra fortuna e per sua e vostra disgrazia. Noi, uomini e donne semplici, vogliamo onorare e difendere la nostra dignità e la nostra fede, contro ogni tentativo di manipolazione e di incesto tra altare e politica. Purtroppo lei, supportato da parte della gerarchia, ha fatto scadere la «politica» da arte a servizio del bene comune a mercimonio di malaffare e a sentina maleodorante. Le istituzioni cattoliche che lo hanno appoggiato ne portano, con lei, la responsabilità morale, in base al principio giuridico della complicità.
Strana accoppiata: i difensori della moralità ufficiale, costretti a tacere per mesi di fronte a comportamenti indegni e a leggi inique, perché lautamente ricompensati o in vista della mancia promessa. Trattasi solo di un baratto di cui i responsabili dovranno rendere conto. I vescovi hanno ritrovato la parola quando si sono visti attaccare, inaspettatamente, da lei con avvertimenti di stampo mafioso (per interposta persona). La gerarchia, in genere felpata e compassata, in questo frangente è risorta come un sol uomo, arruolando anche il papa alla bisogna, ma cogliendo anche l’occasione per dare corpo alle vendette interne e regolare i conti tra ruiniani e bertoniani. Come insegna l’amabile Andreotti «la vendetta è un piatto che si gusta freddo». Strategie convergenti che hanno sprigionato il disgusto del popolo cattolico e dei cittadini che ancora pensano con la propria testa.
Ripudio
Io, Paolo Farinella, prete mi vergogno della sua presidenza, per me e la mia Nazione e, mi creda, in Italia siamo la maggioranza che non è quella elettorale, ottenuta da una «legge porcata» che ben esprime l’identità della sua maggioranza e del governo e di lei che lo presiede (o lo possiede?). Lei potrà avere il sostegno del Vaticano (uno Stato estero) e della Cei che con il loro silenzio e le loro arti diplomatiche condannano se stessi come complici di ingiustizia e di immoralità.
Per questi motivi, per quanto mi concerne in forza del mio diritto di cittadino sovrano, non voglio più essere rappresentato da lei in Italia e all’Estero, io la ripudio come politico e come presidente del consiglio: lei non può rappresentarmi né in Italia e tanto meno all’estero perché lei è la negazione evidente di tutto quello in cui credo e spero di vedere realizzato per il mio Paese. sia perché non mi rappresenta sia perché è indegno di rappresentare il buon nome dell’Italia seria, laboriosa e civile e legale che amo e per la quale lotto e impegno la mia vita. Non importa che lei abbia la maggioranza parlamentare, a me interessa molto di più che non abbia la mia coscienza
Io, Paolo Farinella, prete ripudio lei, Silvio Berlusconi, presidente pro tempore del consiglio dei ministri e tutto quello che rappresenta insieme a coloro che l’adulano, lo ingannano, lo manipolano e lo sorreggono: li/vi ripudio dal profondo del cuore. in nome della politica, dell’etica e della fede cattolica. La ripudio e prego Dio che liberi l’Italia dal flagello nefasto della sua presenza.
Genova 09 settembre 2009
Paolo Farinella, prete
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| ANNO III – Agorà n. 11 |
ANNO III – Agorà n. 11
Ottobre 2009
CARAMBA, CHE SORPRESA!
L’INNO D’ITALIA (QUASI) NAZIONALE
1. Fratelli d'Italia,
l'Italia s'è desta,
dell'elmo di Scipio
s'è cinta la testa.
Dov'è la Vittoria?
Le porga la chioma,
che schiava di Roma
Iddio la creò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte,
l'Italia chiamò.
3. Uniamoci, amiamoci,
l'unione e l'amore
rivelano ai popoli
le vie del Signore.
Giuriamo far libero
il suolo natio:
uniti per Dio
chi vincer ci può?
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò.
5. Son giunchi che piegano
le spade vendute:
già l’Aquila d’Austria
le penne ha perdute.
Il sangue d’Italia
e il sangue Polacco
bevé col Cosacco,
ma il cor le bruciò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò.
2. Noi siamo da secoli
calpesti, derisi,
perché non siam popolo,
perché siam divisi.
Stringiamo un’unica
bandiera, una speme:
di fonderci insieme
già l’ora suonò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò.
4. Dall’Alpi a Sicilia,
dovunque è Legnano,
ogn’uom di Ferruccio
ha il core, ha la mano;
i bimbi d’Italia
si chiaman Balilla,
il suon d’ogni squilla
i Vespri suonò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte, ,
l’Italia chiamò.
”non siam popolo, da “FORZA ITALIA”
perché siam divisi” a “POVERA ITALIA”
E’ la solita solfa che da qui al 2011 rimarrà nelle nostre orecchie : 150 anni dall’ “Unità” … d’Italia, o la speranza che sia unita. Vi è un comitato “ad hoc”, presieduto da Carlo Azeglio Ciampi, vi è il ministro di turno, che lesina soldi e detta “le regole d’ingaggio”, vi è chi rema contro, perché ci sono ben altri problemi (“oltrismo”), c’è la crisi economica, e poi … non esiste nessuna unità da celebrare, tutt’al più il funerale di stato: “ei fu”.
Nel periodo estivo mi sono letto due libri – e chi volesse estraniarsi dalle “grandi” discussioni del momento ed entrasse nel letargo-immersione per comprendere ciò che siamo stati e siamo oggi e ciò che il futuro ci propina -; uno già citato nella scorsa Agorà: “Come se Dio ci fosse”, di Maurizio Viroli, e “La forza del destino. Storia d’Italia dal 1796 ad oggi” di Christofer Duggan. Le periodiche polemiche sulla lingua italiana, sulla bandiera, sul tipo di stato, quali istituzioni, si protraggono da tempi immemorabili: “niente di nuovo sotto il sole”.
L’Italia benedetta o pecora nera del Vecchio Continente? Da quando è nata tra clamori, sconvolgendo l’equilibrio geopolitico europeo, la più giovane delle nazioni occidentali è una fucina di ambizioni e frustrazioni, slanci e sconfitte. “Fin dal principio, la nazione italiana è stata difficile da definire e ancora più difficile da costruire; malgrado gli sforzi di poeti, di scrittori, artisti, pubblicisti, rivoluzionari, soldati e politici di vario colore, la fede nell’ideale dell’Italia non ha avuto lo sviluppo auspicato da tanti patrioti. E’ d’altronde possibile che l’insistenza, con cui il progetto di “fare gli italiani” è stato perseguito fino alla seconda guerra mondiale, abbia finito col risultare controproducente, contribuendo a erodere la credenza nei valori collettivi. L’Italia continua ad apparire un’idea troppo malcerta e contestata per poter fornire il nucleo emotivo di una nazione, o almeno di una nazione in pace con se stessa e capace di guardare con fiducia al futuro” (C.Duggan).
Per l’autore inglese l’Italia ha avuto soltanto tre “momenti unitari”: a) il primo periodo dei Comuni XI-XII secolo; b) il Risorgimento; c) il momento resistenziale e costituente, poi solo polemiche disfattiste “l’un contro l’altro armati”.
Giuseppe Verdi, dopo la “Forza del destino”, nel 1862 accettò l’incarico di scrivere una composizione destinata al concerto internazionale per l’Esposizione londinese; su testo di Arrigo Boito produsse una cantata “Inno delle nazioni”, dove auspica un mondo di pace e invoca l’aiuto divino per il completamento della resurrezione politica e morale dell’Italia:
“Oh Italia, oh Patria mia tradita,
che il cielo benigno ti sia propizio ancora,
fino a quel dì che libera tu ancora risorga al sole!
Oh Italia, oh Italia, oh Patria mia”.
Problematico appariva alle truppe napoleoniche nel 1796 il compito per determinare uno stato unitario italiano: inculcare in milioni di contadini analfabeti, in maggioranza dispersi in isolati paesini di montagna, l’idea da allora in avanti che il loro primo obbligo di fedeltà riguardi qualcosa chiamato “Italia”. Fino ad allora dal 476 d.C. (crollo impero romano d’occidente), la penisola era stata bersaglio di invasioni. Nel caos generale la Chiesa e la rete di città largamente autonome dell’Italia centro-settentrionale erano emerse come i nuclei e le fonti più durature di autorità politica. I vincoli di fedeltà degli individui avevano assunto la forma di altre più piccole unità: una frazione, un partito, un quartiere (Palio di Siena con le contrade), una confraternita o una famiglia. La Penisola era stata la preda contesa da una sfilza di invasori: Unni, Goti, Longobardi, Franchi, Bizantini, Arabi, Normanni, Hohenstaufen, Aragonesi, Angionini … Le città prospere, come Genova, Milano, Verona, Padova, Bologna, Pisa, Firenze, Siena, s’erano ribellate contro la sovranità nominale degli imperatori tedeschi, creando città autonome, quasi stati indipendenti: Repubblica di Genova, Regno del Piemonte-Sardegna, la Repubblica di Venezia, il ducato di Modena, di Parma, il granducato di Toscana, gli Stati Pontifici, il Regno di Napoli. Il ducato di Milano era una parte dell’impero austriaco.
N.B. 1 – Vi era un detto: “si chiama forestiero in Italia chi non è nato e non vive dentro il recinto di una muraglia”. Nel 1794 Napoleone disse all’Ambasciatore di Napoli riguardo all’unità d’Italia: “E’ una bella idea! Mai si potrà fare con lombardi e piemontesi, toscani e genovesi, napoletani e romani un solo popolo”.
N.B. 2 – Secondo Melchiorre Gioia per impedire ogni possibile gelosia, bisognava che la capitale (della possibile futura unità) venisse insediata nel mezzo della penisola, in una città edificata “ad hoc” (come con gli Stati Uniti d’America e Brasilia).
Saranno poeti e scrittori come Foscolo, Alfieri, Leopardi, Manzoni a suggerire la via per una unità nazionale senza aiuti esterni (“l’un popolo e l’altro sul collo vi sta” – Manzoni), perché “tutti gli italiani sono fuoriusciti e stranieri in Italia” (Foscolo); la via privilegiata doveva essere la stessa lingua italiana per tutti gli italiani (Alferi) e l’educazione attraverso la scuola (Vincenzo Cuoco).
N.B. 3 – Madame de Staël attribuiva la sciagurata condizione dell’Italia alle sue dispotiche istituzioni politiche e alla cinica rapacità degli stranieri. “L’Italia ha perseguito la gloria in tutte le sue forme (lettere, arte, scienza). Se adesso non ne gode più, perché non attribuirne la responsabilità alla sua situazione politica, visto che in altre circostanze si è dimostrata tanto diversa da come è ora? … Gli stranieri di tutti i tempi hanno conquistato e bloccato questo bel Paese, oggetto della loro perpetua ambizione”.
L’autore dell’inno nazionale (ancora oggi provvisorio) nel descrivere il tradimento patito dall’Italia nel 1849, ricorre a metafore che variano dalla sfera sessuale a quella religiosa: “L’Italia era sorta bellissima dalla secolar sepoltura, armata della sua fede, ed innumerevoli amanti le si fecero attorno, e molti non l’amarono che per disarmarla, molti non la baciarono in fronte che pei trenta denari di Giuda; e la nostra Patria fu crocefissa” (Sei mesi dopo morì martire per l’amata! Italia, difendendo Roma dalle armate francesi).
E’ la storia del Risorgimento italiano, con i suoi pochi protagonisti, quasi relegati in una “élite”, sognatori (Mazzini), militari (Garibaldi), politici (Cavour), approfittatori (Vittorio Emanuele II), conservatori (Vaticano), potenze straniere (Francia, Inghilterra, Austria), tutti a dilaniare la veste “inconsutile”.
Uscire dalla tenaglia di questa storia italiana era lo scopo di alcuni protagonisti del dopo-Risorgimento: Crispi e Giolitti. Occorreva la guerra per rinsaldare la variegata popolazione italiana. Ecco la batosta di Adua (1895), l’occupazione della Libia (1911), il tentennamento riguardo alla prima Guerra Mondiale (interventisti e neutralisti), le alleanze (Triplice alleanza o Triplice intesa?), la “vittoria mutilata” (1918), l’instabilità politica (1919-11922), il fascismo (con le leggi razziali del 1938, il patto d’acciaio con Hitler e Giappone, la guerra d’invasione (più o meno lampo), la Resistenza, il dopoguerra e la Costituzione repubblicana, dopo la sconfitta della monarchia (Umberto II) nel referendum del 2 giugno 1946.
Quale stato per la nazione Italia. Le discussioni, le proposte già durante la Resistenza, furono aspre e variegate. Ne riporto una che ancora oggi è al centro del dibattito (se è vero dibattito o alibi fuorviante dai veri problemi nazionali). Ferruccio Parri, riecheggiando Carlo Cattaneo, nel programma di Giustizia e Libertà, così propone: “La rivoluzione in questo campo avverrà soltanto col sorgere di liberi istituti locali. La tradizione italiana ci mostra l’importanza storica del comune. L’autonomia regionale dovrà trovare la sua espressione giuridica e la sostituzione delle Prefetture con parlamenti locali sarà l’espressione di una unità non superficiale”. “Si potrà realmente parlare di unità soltanto quando saranno sorti e fioriti organismi locali indipendenti. La centralizzazione corrisponde al totalitarismo: e come questo è nemico della libertà, essa lo è dell’unità nazionale”.
Nell’attuale momento italiano, che vuole celebrare nel 2011 i 150 anni della Unità, occorrono ideali, uomini/donne nuovi, coraggio per essere creatori di futuro, senso comunitario nazionale, senza dividersi amici/nemici (vero Signor Presidente del Consiglio?). Scrutare il compito che sta davanti con il fondamento nella propria storia e in quella europea.
N.B. - La democrazia può andare in crisi ed entrare in un vortice senza fondo (1922).
Non c’è da rallegrarsi nel nuovo abito che indossano le istituzioni repubblicane. E’ andata in crisi vera la democrazia rappresentativa e la legge elettorale ha trasformato gli eletti in nominati, privandoli di indipendenza e dignità. E’ andata in crisi totale la democrazia diretta, dopo il fiasco del referendum (17 giugno 2008), con un misero 23% di votanti. Significa che la democrazia italiana è zoppa di ambedue le gambe. O chiamiamo di corsa un ortopedico o altrimenti dobbiamo rassegnarci alla sedia a rotelle!
L’ortopedico può essere l’anniversario dell’Unità nazionale (2001). Invece di tante rievocazioni, scoperta di luoghi, fiction televisive o film commemorativi, oratoria vuota e fuorviante, occorre approfondire oggi, scandendo tempi, metodo, finalità, quali siano gli elementi fondanti un popolo in una nazione. Diversamente si cade nelle polemiche come nel 1961: i democratici sostenevano che la vera Italia era la comunità dei fedeli cattolici (richiamo ai Patti Lateranensi del 1929). I comunisti e i socialisti contestavano questa lettura, denunciando l’inutilità delle commemorazioni (oggi sono altri!): il vero protagonista della storia era la classe operaia. Soltanto i piccoli partiti erano disposti a difendere il Risorgimento, rievocando i protagonisti. Ritengo che i punti fondanti siano: la lingua, la Costituzione, la scuola, le vere autonomie locali, la giustizia sociale, l’Unione Europea. Ciò significa “fare gli italiani”, il vero cruccio di chi viveva di ideali.
Per funzionare bene lo Stato ha bisogno di “un senso pervasivo e dominante del più vasto insieme cui gli interessi degli individui, dei gruppi e dei partiti debbono in ultima analisi subordinarsi. Al principio del nuovo millennio l’Italia continuava ad apparire troppo malcerta e contestata per fornire il nucleo emotivo di una nazione, o almeno di una nazione in pace con se stessa e capace di guardare con fiducia al futuro” (C.Duggan).
Don Primo Mazzolari scrisse nel 1949: “Tutto si rifà: strade, ponti, fabbriche. Noi no. Anche se continuiamo a crescere di numero, anche se parliamo la stessa lingua degli uomini del nostro Risorgimento, si fa fatica a dire che siamo ritornati italiani … Il proletariato comunista chiama Patria la Russia, mentre gli altri guardano all’America … Gli italiano sono tuttora sul piano dell’ 8 settembre, quando per amore di libertà alcuni si sono fatti ribelli. La Resistenza continua, ma in nome della parte contro la Patria, perpetuando e aggravando la frattura. Come arrivare alla discussione quando ci manca una comune coscienza politica, un affetto comune e un comune altare dove deporre le armi? Vedo uno star male comune, una comune povertà che presto potrà divenire una comune rovina: ma non vedo una Patria comune; vedo il fascista e il partigiano, non vedo il fratello e l’italiano”.
E’ lo schema amici/nemici.
“uniti per Dio
chi vincer ci può?
Stringiamci a coorte …”!
don Carlo
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