27 gennaio 1945 -2010 60 anni
27 gennaio 1945 -2010 65 anni

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Potrei, banalmente, scrivendo all’amico Eremos, sottoscrivere questo assunto se non esplicito, sicuramente nella cultura dominante: “La memoria inutile”. Aggiungerei: se non diventa “memorial”, cioè l’oggi di sempre.

La memoria, che non è mai in Italia musica di fondo della realtà socio-politica degli apparati di potere, come invece fu nelle nazioni che con tenacia lavorarono sul proprio passato (Germania e Sud Africa), unendo la sete di verità al bisogno di riconciliazione, è raramente trattata da chi di dovere: giornalisti, pseudo politici, insegnanti che si fermano a metà strada, media che si auto convincono di essere storici: “è arrivato il momento di guardare alle vicende di Craxi con gli occhi della storia” (editoriale del direttore del Tg1).

La verità storica non è opinabile ed è sempre parziale, perché la ricerca testimoniale di fonti scritte e orali, è raramente trattata a tutti i livelli, come qualcosa che aiuta a capire, perché un male è nato, perché si perpetua, mutando forma, perché i rimedi non l’hanno curato, ma anzi aggravato. La memoria “italiana” rischiara poco il passato e per nulla il presente: è una memoria “ancillare” e quasi sempre “emiplegica”. “Ancillare”, perché asservita a questa o quella “lobby”, oltre che a effimere contingenze. “Emiplegica” (dal Dovoto-Oli: ‹‹paralisi della metà destra o sinistra del corpo, dovuta a lesioni organiche delle vie motrici intracerebrali, o a meccanismo psicogeno››), perché chi la strumentalizza fa salire in superficie solo i frammenti di passato, che gli permettono di evitare, e tradire, l’esame di coscienza. Come nel malato emiplegico, una parte della memoria storica resta immersa in un sonno buio e afasico, che consente ai ricordi di restare selettivi e che impedisce il giudizio storico.

Verso la storia, parecchi politici e non, hanno uno strano atteggiamento: da una parte ammettono che non possono scriverla loro (meno male !!!), essendo troppo coinvolti nel presente. Dall’altra pretendono di dirigerla in prima persona, fingendo olimpiche distanze, che non possiedono.

La memoria è frutto di un lavoro faticoso, senza predeterminazioni, alla ricerca di fatti così come sono accaduti e non come si vorrebbe fossero. Si chiama memoria critica, che guarisce trasformandoci e non viceversa. In una intervista del 1992, alla domanda del perché la crisi del sistema, Craxi rispose: “non ci sono più ideali, si gestiscono interessi”. Oggi, gli interessi particolari sono diventati ideali e il loro conflitto con la politica una cosa normale per tanti.

Oggi censurare il passato è di vitale importanza per il “Potere del Palazzo”. Se è il duello tra vincitori e vinti, e non tra buongoverno e governo corruttibile, si tratta di contrattaccare e vincere finalmente.

Mi pare che la memoria in Italia serva a questo: a perpetuare la melma in cui ci troviamo, senza mai cominciare l’esame di coscienza che da essa ci libererebbe.
E’ una lunga (forse troppo) premessa per introdurmi al senso della memoria del 27 gennaio 1945. Dal Devoto-Oli: “Memoria: la funzione psichica di riprodurre nella mente l’esperienza passata (immagini, sensazioni, nozioni), di riconoscerla come tale e di localizzarla nello spazio e nel tempo”.

“Riprodurre immagini, sensazioni, nozioni”, vorrei riuscirvi attraverso esperienze dirette di alcuni studenti che si sono recati ad Auschwitz-Birkenau con il “Treno della memoria”, giunto quest’anno alla sua quinta edizione.

Prendo da un inserto del “Corriere della Sera” della scorsa settimana:
SMM Short
Memory
Message

Ci sono immagini che gli studenti hanno riprodotto, come lampi di consapevolezza, nei cartelli fotografati da Piero Cavagna e Matteo Rensi.
Prima di riprodurli in sequenza, trascrivo le parole di Maria Vittoria, una delle migliaia di giovani del “Treno della memoria”.
“””Come fai a stare in silenzio dentro Auschwitz-Birkenau? Io volevo urlare. A stare in fila, uno dietro l’altro, senza poterti fermare a guardare di più, a pensare? Senza respirare i tuoi tempi ma accontentandoti di quelli che ti danno gli altri? Un’esperienza stravolgente, ma non è questa la mia idea di museo e di Memoria: lo stesso uguale pacchetto con la testimonianza, le letture, il pianto, la commemorazione e la condivisione obbligata.
Mi hanno chiesto di scrivere su un braccialetto di garza il nome di una persona che ad Auschwitz è stata deportata e ci è morta e di portarla con me per tutta la giornata. Io ho detto no.
Perché ancora una selezione: fila destra o fila sinistra, dentro o fuori, vita o morte un’altra volta? Cosa avrei fatto io allora? Non lo so.
Non so nemmeno come mi comporterei adesso se dovesse succedere di nuovo. Siamo coinvolti tutti? Sempre? Sto sforzandomi di credere nella fatica per andare al centro delle cose, nell’impegno a definire quello che faccio e il suo senso per me e per la collettività, nello studio, necessario per capire”””.
(= memoria storica critica ed esame di coscienza collettivo: la memoria così intesa non è inutile, anzi !).



don Carlo















































































Tag : Politica
Postato da claudio il 27/01/2010 alle 07:39
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“E PLURIBUS UNUM”
“E PLURIBUS UNUM”

• Non trovai alcuno con cui comunicare impressioni, orrore, indignazione, disumanità. Mi sono rivolto a un “vecchio” amico: “Eremos”, a cui esprimere ciò che provai e provo, ancora ora, a osservare i volti tumefatti, insanguinati, straniti, interroganti delle persone assalite vilmente da tutte le cosiddette istituzioni, più o meno costituite.
Sono un “PASSATISTA”. Non ne abbia a male allora l’internauta, che, per caso, cliccasse il sito. Non bado ad eventuali rimbrotti di chicchessia: “non hai il senso della realtà, dove vivi, chi credi di essere, pensa ai fatti tuoi”. Tutti luoghi comuni di bassa lega, privi di raziocinante argomentazione, pieni di livore.

• Quei volti!? Mi sono immaginato di trovarmi nella loro situazione: vivere, lavorare, cibarsi, dormire, dimora, amicizie, nemici, insetti, paure …. Volti visti nei rastrellamenti del secolo scorso, nelle foto dei lager nazisti. Volti in balia di sfrenate gazzarre, guidate chissà da chi, volti che di fronte ai carri bestiame che li trasportano altrove, sono pieni di “perché”. Volti di esseri umani, cittadini, in quanto persone senza aggettivi. Volti di una dignità divina (“di stirpe divina noi siamo”, Atti 17,28; Paolo nel discorso all’Areopago di Atene cita il poeta greco Arato di Soli, III° secolo avanti Cristo), immagine e somiglianza di Dio, come tutti senza distinzione di razza, popolo, lingua, religione. Volti-Persone.

Altri volti, imbellettati, tirati a lucido (lifting post assalto), con vestiti alla moda, sdraiati come giovenche su comode poltrone a discettare su quote, su extracomunitari, su come evitare processi, su permessi di soggiorno, su clandestini, su terroristi, su ladri di lavoro …. I loro volti come quelli di Erode e i suoi tirapiedi, che interrogano altri clandestini (magi) sul dove e sul quando, con la successiva strage degli Innocenti: Rosarno. I volti che erano rivolti metaforicamente a papà e mamma, alla loro terra, alla moglie, ai figli, quelle persecuzioni subite in patria e ora nella civilissima Patria del diritto. Volti che scrutano il futuro prossimo e lontano, volti che scoprono solo il vuoto senza domani. Volti blasfemi, che sfregiano l’opera divina, la fratellanza, la solidarietà, la dignità: “verrà un giorno”, disse Padre Cristoforo a don Rodrigo e venne nel Lazzaretto della Milano appestata.

• Ricordo qualche affermazione di Pier Paolo Pasolini: “La tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra”. “Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori”. “Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone, senza diventare quel padrone”.

• Non posso che andare nei miei ricordi, quando venni emigrante dal mitico Veneto nella Lombardia laboriosa e nebbiosa. Correvano gli anni cinquanta. La grande frase di accoglienza: “va al to paes”. L’ho sentita ripetere nella seconda ondata migratoria per i meridionali, ora per stranieri in Patria.
Un tempo più lontano si gridava: perfidi Giudei, al rogo gli Ebrei, nel ghetto gli Ebrei, poi i padani non lombardi, gli estranei a se stessi (alienati-pazzi) e poi oggi. E domani?

• Riporto un lungo brano di S.Ambrogio (più padano di lui chi c’è?) a commento del Vangelo di Matteo. Egli non fa appello al buon cuore dei ricchi (“Milan con il cör in man), perché non trascurino l’elemosina, ma denuncia il loro sopruso, che si oppone al disegno di Dio: “La terra è stata creata come un bene comune per tutti, ricchi e poveri. La natura, che tutti partorisce poveri, non conosce ricchi, non veniamo alla luce con i vestiti, né con oro e argento. Nudi nasciamo, bisognosi di cibo, di veste, di bevanda; nudi ci raccoglie la terra che ci ha generati, non può racchiudere nel sepolcro tutto ciò che possediamo … La natura non fa distinzioni, quando nasciamo, non lo fa quando moriamo” (2,2).
“Tu non regali del tuo al povero, ma gli restituisci il suo. Tu infatti usurpi per te solo ciò che è stato dato per l’uso comune di tutti. La terra è di tutti, non dei ricchi; invece sono meno numerosi coloro che ne possono usare di coloro che non ne possono usare” (12,53).
“Ritenete di essere danneggiati se qualcosa appartiene ad altri. Perché vi piace fare spreco dei doni della natura? Il mondo è stato creato per tutti, ma voi ricchi tentate di accaparrarveli in pochi. E non solo la terra, ma il cielo stesso, l’aria, il mare vorreste riservare ad uso e consumo di pochi ricchi. Quest’aria, che tu racchiudi nei tuoi vasti possedimenti, quanti popoli potrebbe tenere in vita! Forse che gli angeli occupano spazi separati di cielo, perché tu divida la terra con confini ben precisi?” (3,11).
Non c’è bisogno di commenti, forse oggi si potrebbero aggiungere gas, petrolio, materie prime allora sconosciute.

• Ho scoperto attraverso i media un breve testo molto attuale!:
“Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano, perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno e alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro, affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina, ma sovente davanti alle Chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano, non solo perché poco attraenti e selvatici, ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche, quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere, soprattutto non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro Paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti, o, addirittura, attività criminali “.
Sembra scritto in questi giorni. Invece … E’ un passo tratto dalla relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso Americano, relativa agli immigrati italiani negli USA. Anno? Udite, udite: 1912! Niente di nuovo sotto il sole.

• E’ possibile dare soluzioni a problemi atavici, “naturali”, globali? NO !
Posso suggerire (in sintesi; le analisi ai futuribili internauti) qualche ipotesi. Agli “illuminati” dei nostri tempi usufruirne.

 Le aree dismesse: se lasciate vuote, tenderanno a riempirsi: o si ristrutturano o si abbattono per ricostruire per altri usi.

 Tutti, senza distinzione, siano cittadini a tutti gli effetti, per il fatto che sono in una porzione del mondo. Cittadini riconosciuti con pari dignità, con diritti e doveri susseguenti.

 Se, come pare, c’è bisogno di lavoro stagionale, si costruisca senza burocratismo l’istituto giuridico conseguente (così il lavoro “nero” da piaga sociale diventa legale con vantaggi per l’erario pubblico): riconoscimento stagionale, con cittadinanza “ad interim”.

 Come in casi di calamità “naturali” (vedi terremoti, alluvioni, frane …) si allestiscono tendopoli, moduli abitativi (aree dismesse?) e quant’altro, così avvenga per i “cittadini del mondo”.

 Si elucubra su quote di ingresso, su 30% di alunni, e di lingua diversa, su paure più o meno indotte. Come nei casi di terrorismo brigatista ci si oppose a leggi speciali, così non ci siano oggi (“Ogni cittadino è uguale di fronte alla legge”, art. 3 Costituzione Italiana). Si applicano le leggi esistenti, secondo i codici in vigore. Vale per tutti, senza immunità per nessuno (invece si discute di reintrodurre l’immunità/impunità parlamentare: quale uguaglianza!).


• Il futuro dipende da noi! Esso non è un domani esterno, ma un avvento che ci viene incontro. Il presente, le scelte di oggi preparano il futuro che è dentro di noi. Non ci deve essere spazio per la rassegnazione, l’indifferenza, il disimpegno, il rifugio nel privato. Vivere il futuro è anche capacità di critica. Esso significa coraggio, forza di allontanare tutto ciò che è suggestivo, che seduce, che porta fuori strada. Capacità critica significa saper rompere l’ideale del consenso del potere per creare comunità capaci di sanare le ingiustizie, anche quelle ammantate di giustizia.

• Termino con un brano di “Una parola ha detto Dio, due ne ho udite” di Barbara Spinelli:
“Tutto tende all’Uno: una è la radice culturale e politica dell’Europa; una la via per governare e sanare l’economia; una per costruire l’Unione Europea. Da tempo si è smesso di contare oltre l’Uno. Eppure, di pensare anche il due se non il tre, ce ne sarebbe un bisogno grande. Se nel formulare un’opinione non vengo confrontato con forti obiezioni, sarò contento. Se sono un politico, avrò addirittura l’impressione che si sarà creata una sorta di pace.
La pace dell’Uno non è tuttavia pace. E’ stasi. La verità, lasciata sola con se stessa, non splende più forte. Al contrario: si spegne.







E PLURIBUS UNUM







la Torre di Babele nel celebre dipinto di Pieter Bruegel del 1563


P.S. – Mi scuso con il possibile internauta per la lungaggine del mio sproloquio, ma dopo il lungo silenzio, mi “scappava” di …. scrivere.


Auguro di essere tutti cittadini del mondo!


don Carlo
Tag : Agorà
Postato da claudio il 14/01/2010 alle 15:02
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